Con l’avvicinarsi della fine dell’anno si avverte il bisogno di fermarsi e fare un bilancio. Il 2025, però, chiede qualcosa di più di una semplice rassegna degli eventi: impone una riflessione sul loro significato.
Il 2025 ha reso evidente una contraddizione che da tempo investe il discorso geopolitico dominante.
Da un lato, si riconosce che il mondo in cui viviamo è complesso, interdipendente, instabile, attraversato da crisi che si sovrappongono e si alimentano a vicenda. Dall’altro, si continua a proporre la deterrenza militare come risposta centrale a questa complessità. È una contraddizione che non deve essere elusa, perché produce effetti politici concreti e rischiosi.
La complessità, per definizione, non è riducibile a rapporti binari di forza. È fatta di attori molteplici, di fattori storici, sociali, simbolici, economici ed ecologici che interagiscono in modo non lineare. Governa la complessità chi accetta tempi lunghi, processi inclusivi, mediazioni faticose. La deterrenza, invece, opera secondo una logica opposta: semplifica, polarizza, congela. Funziona solo se riduce il campo delle possibilità a un’alternativa secca tra minaccia e obbedienza.
Qui sta il nodo. Proporre la deterrenza come risposta strutturale alla complessità significa, in realtà, comprimere la complessità, non governarla. La si spinge sotto la superficie degli equilibri armati, la si sospende, la si rinvia. Ma ciò che viene compresso non scompare: si accumula. E prima o poi deflagra.
Il rapido susseguirsi degli eventi nel 2025 ha reso questa dinamica particolarmente visibile. La ridefinizione delle priorità strategiche statunitensi, il ritorno esplicito a una logica transazionale nelle relazioni internazionali, l’avvio di trattative bilaterali tra grandi potenze sul conflitto ucraino hanno mostrato come, di fronte all’impasse, si sia scelta la via della semplificazione forzata. Meno attori al tavolo, meno principi condivisi, maggiore rapidità decisionale. Il risultato immediato è la possibilità di fermare le armi. Il costo è un aumento dell’instabilità strutturale.
Da costruttori di pace non possiamo rifiutare in blocco questo passaggio. Un cessate il fuoco ottenuto anche attraverso accordi imperfetti va accettato come fase operativa necessaria. Non come soluzione, ma come soglia. Fermare la violenza è un’urgenza etica prima ancora che politica. Senza cessate il fuoco, ogni discorso sulla pace resta retorico. Seguendo una lezione antica, una pace ingiusta è preferibile a qualsiasi guerra giusta, ammesso che una guerra giusta esista davvero. Quando la guerra diventa sistema, quando normalizza la distruzione e il riarmo, interromperla è già un atto politico di primo ordine. Ma proprio per questo il cessate il fuoco non può diventare un punto di arrivo.
Il pericolo più grande è scambiare la stabilità armata per sicurezza. I negoziati ristretti producono accordi che reggono finché convengono ai contraenti. Gli esclusi — popoli, territori, società civili — restano portatori di fratture non elaborate. La deterrenza garantisce la tenuta apparente dell’accordo, ma ne svuota il futuro. È una pace senza fiducia, fondata sulla minaccia.
Da qui l’urgenza di un cambio di paradigma. Se il cessate il fuoco è la fase operativa necessaria, la fase successiva deve prendere sul serio l’abbandono dell’esibizione muscolare come linguaggio politico dominante. Non si tratta di ingenuità, né di disarmo unilaterale immediato, ma di una scelta di direzione: spostare risorse, tempo e immaginazione dalla preparazione della guerra alla costruzione di processi di pace.
Questo vale in modo particolare per l’Europa. Continuare a inseguire una competizione muscolare, senza una propria visione autonoma di sicurezza, significa rinunciare al ruolo che potrebbe svolgere: non quello di potenza armata tra le potenze armate, ma quello di spazio politico capace di tenere insieme sicurezza, giustizia e relazione. L’alternativa non è tra forza e debolezza, ma tra una sicurezza fondata sulla paura e una sicurezza fondata su equilibri condivisi.
La pace non nasce dalla deterrenza, ma dalla trasformazione dei conflitti. La deterrenza può congelarli. La pace, invece, li rielabora lentamente, faticosamente, attraverso il dialogo multilaterale. Se prendiamo sul serio la complessità del mondo in cui viviamo, dobbiamo avere il coraggio di riconoscere che l’esibizione muscolare non è realismo, ma scorciatoia. E che ogni scorciatoia, in politica come nella storia, prepara sempre cadute rovinose.
Pasquale Palumbo
foto da Unsplash di Kevin Schmid