Il Vangelo senza stellette

Il Vangelo senza stellette

Il Vangelo senza stellette

Il centenario dell’Ordinariato militare

Nei primi giorni di marzo è stato ricordato il centenario della fondazione dell’Ordinariato militare per l’Italia, istituito nel 1925 per organizzare la presenza dei cappellani nelle forze armate. Un anniversario di questo tipo non dovrebbe essere soltanto un momento celebrativo. Può diventare anche l’occasione per aprire una riflessione critica su una questione che riguarda direttamente la coscienza cristiana: il rapporto tra il Vangelo e la presenza di sacerdoti inseriti nell’organizzazione militare.

Il problema non riguarda l’assistenza spirituale ai militari. È giusto che anche chi appartiene alle forze armate possa ricevere accompagnamento pastorale, ascolto e sostegno nella formazione della coscienza. I militari sono persone, spesso giovani, chiamate a operare in contesti difficili e carichi di responsabilità morali.

La questione riguarda piuttosto la forma di questa presenza. Può un sacerdote, ministro del Vangelo della fraternità universale, far parte della struttura gerarchica di un’istituzione militare, indossarne l’uniforme e portarne le stellette?

Il Vangelo sembra indicare una direzione diversa. Nel Discorso della montagna Gesù pronuncia parole radicali: «Amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano» (Mt 5,44). Non è una semplice esortazione spirituale, ma un rovesciamento della logica della violenza. Anche quando Pietro tenta di difenderlo con la spada, Gesù lo ferma con parole inequivocabili: «Rimetti la spada nel fodero» (Mt 26,52).

Alla luce di queste parole, la presenza di sacerdoti integrati nell’organizzazione militare appare quantomeno problematica. Le stellette sull’uniforme non sono un dettaglio formale: indicano l’appartenenza a una gerarchia costruita attorno alla logica del conflitto armato.

Una pagina significativa di questo dibattito nella storia italiana è legata alla figura di Lorenzo Milani. Nel febbraio 1965 alcuni cappellani militari in congedo della Toscana pubblicarono un comunicato nel quale definivano l’obiezione di coscienza al servizio militare «estranea al comandamento cristiano dell’amore» e la qualificavano come una forma di viltà. Don Milani rispose con una Lettera ai cappellani militari, nella quale difendeva la dignità morale degli obiettori di coscienza e rivendicava il primato della coscienza.

In quella lettera scriveva parole destinate a diventare celebri:

«Se voi però avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri, allora vi dirò che nel vostro senso io non ho patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in oppressi e oppressori. Gli uni sono la mia patria, gli altri i miei stranieri».

La sua presa di posizione gli costò una denuncia e un processo con l’accusa di apologia di reato, perché all’epoca l’obiezione di coscienza non era ancora riconosciuta dalla legge italiana. Nella sua autodifesa, contenuta nella Lettera ai giudici, egli formulò una frase rimasta famosa: «l’obbedienza non è più una virtù», quando significa obbedire a ordini che contraddicono la coscienza.

Quella vicenda continua ancora oggi a interrogare la coscienza cristiana. Se il Vangelo invita a riconoscere come fratello ogni essere umano, anche quando appartiene a un altro popolo o a un altro esercito, diventa inevitabile chiedersi quale sia il senso della presenza di sacerdoti pienamente inseriti nell’organizzazione militare.

Nella storia del cristianesimo non sono mancate voci che hanno richiamato con forza questa radicalità evangelica. Il filosofo Aldo Capitini ha indicato nella nonviolenza una forma coerente di testimonianza cristiana e civile, mentre Alexander Langer ha invitato i cristiani a costruire ponti di riconciliazione e a opporsi alla logica dei conflitti armati.

Questa sensibilità è oggi presente anche nel magistero della Chiesa. Papa Francesco ha affermato con parole nette: «La guerra è sempre una sconfitta dell’umanità». In un mondo segnato da conflitti sempre più distruttivi, la testimonianza evangelica della pace appare non solo possibile, ma necessaria.

Alla luce del Vangelo e di queste testimonianze, diventa legittimo chiedersi se non sia tempo di ripensare l’istituzione dei cappellani militari. Non si tratta di abbandonare spiritualmente i militari, ma di accompagnarli in modo diverso: con sacerdoti che non appartengano alla gerarchia militare e non ne indossino i simboli.

Una presenza pastorale libera, capace di parlare alla coscienza dei militari senza ambiguità e di ricordare che ogni essere umano — anche il nemico — resta un fratello.

Una Chiesa fedele al Vangelo non ha bisogno di sacerdoti con le stellette. Ha bisogno di testimoni della pace.

Carlo Palumbo

foto da Wikipedia

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