Distanza, etica e tecnologia
C’è un vecchio cartone animato della Disney che molti ricordano con simpatia. Nel corto Motor Mania Pippo vive una trasformazione curiosa. Quando cammina per strada è gentile, rispettoso, quasi timido. Ma appena sale in automobile diventa impaziente, aggressivo, pronto a gridare contro chiunque gli tagli la strada.
Il narratore del filmato spiega la metamorfosi con una battuta semplice: non esiste un solo Pippo. Ce ne sono due. Il pedone tranquillo e l’automobilista furioso. Protetto dalla carrozzeria dell’auto, separato dagli altri da vetro e lamiera, Pippo smette di percepire negli altri automobilisti delle persone. Vede soltanto ostacoli.
Settant’anni fa era una piccola satira sul traffico urbano. Oggi sembra descrivere con sorprendente precisione molti comportamenti che osserviamo nei social network. Anche qui la distanza cambia il modo di reagire. Dietro uno schermo si perde più facilmente il senso della relazione. L’interlocutore non appare più come una persona ma come un avversario, talvolta come un bersaglio polemico. Questo semplice meccanismo psicologico, la distanza che attenua la percezione dell’altro, non riguarda però solo la vita quotidiana o il dibattito pubblico. In forma molto più grave riappare nella guerra tecnologica contemporanea.
Le tecnologie militari più recenti permettono oggi di individuare e colpire un bersaglio attraverso sensori elettronici, immagini satellitari e monitor digitali. L’operatore non vede più direttamente esseri umani. Vede sagome, segnali, coordinate su uno schermo. Il bersaglio appare come un punto luminoso da neutralizzare.
È evidente che la tecnologia non elimina automaticamente il senso di responsabilità. Ma introduce una distanza nuova tra l’azione e la percezione delle sue conseguenze. L’atto di colpire può avvenire a migliaia di chilometri dal luogo dell’evento. L’operatore termina la missione e torna alla propria vita quotidiana nel giro di poche ore.
Negli ultimi anni questo fenomeno si è accentuato con la diffusione dei droni militari, spesso piccoli e relativamente economici. In alcuni teatri di guerra questi strumenti vengono utilizzati in modo sempre più intensivo. Le competenze tecniche necessarie per pilotarli possono essere apprese rapidamente, soprattutto da operatori giovani abituati a joystick, simulatori e videogiochi.
Qui emerge un problema nuovo. L’apprendimento tecnico può essere veloce. La maturazione psicologica e morale necessaria per gestire uno strumento di grande potenza richiede molto più tempo. Quando una tecnologia si diffonde troppo rapidamente, può crearsi una frattura tra capacità di usare uno strumento e consapevolezza delle conseguenze del suo uso.
Questo squilibrio non riguarda soltanto le armi. È una caratteristica più generale della civiltà tecnologica. Già negli anni dell’era nucleare il filosofo Günther Anders aveva descritto questo fenomeno parlando di dislivello prometeico: lo scarto crescente tra ciò che l’uomo è tecnicamente capace di fare e ciò che riesce a immaginare e governare moralmente. La tecnologia cresce con grande rapidità. Le istituzioni, la cultura politica e la maturazione etica delle società si trasformano molto più lentamente. Nasce così uno spazio vuoto tra potenza tecnica e responsabilità morale.
È difficile pensare che questo spazio possa essere colmato completamente. La tecnica procede per accelerazioni successive. La maturazione morale dell’umanità, invece, è un processo lento, fragile e spesso contraddittorio. Se questo è vero, allora la questione non può essere affrontata soltanto sul piano tecnico o organizzativo. Migliorare l’addestramento, rafforzare i controlli, perfezionare le regole d’ingaggio è certamente necessario. Ma non basta. Il punto più importante riguarda il principio che guida l’uso della forza.
Quando i mezzi tecnici diventano estremamente potenti si deve imparare ad usarli bene; nel caso speciale delle armi, si deve invece fare di tutto per impedirne l’uso praticando effettive strategie di disarmo. L’espansione inarrestabile della “dislivello prometeico” fa dunque assumere alla nonviolenza il carattere di necessità storica.
Il vecchio cartone di Pippo suggeriva, senza volerlo, una piccola lezione: quando la distanza cresce, diventa più facile dimenticare che dall’altra parte c’è una persona.
Nella civiltà tecnologica questa distanza è diventata enorme. Per questo diventa ancora più necessario ricordare una verità semplice: dietro ogni segnale, dietro ogni punto luminoso su uno schermo, c’è sempre una vita umana. Tenere viva questa consapevolezza è forse il primo passo per evitare che la potenza delle nostre tecnologie superi definitivamente la nostra capacità di usarle con responsabilità.
Pasquale Palumbo
foto da Unsplash di Ian Usher