Ontologia del confine

Ontologia del confine

Ontologia del confine

La relazione alla luce di Florenskij

Il confine non è soltanto ciò che separa. È il luogo nel quale la distinzione può diventare comunione senza dissolversi.

 

In continuità con «Il concetto di confine e l’ossessione identitaria», 6 luglio 2025

 

Una domanda rimasta aperta

Nel luglio del 2025 pubblicai su pax-lab.it un articolo intitolato Il concetto di confine e l’ossessione identitaria. Partivo dal triangolo di Kanizsa, una figura che la mente percepisce benché i suoi lati non siano tracciati, per mostrare che abbiamo bisogno di contorni. Per riconoscere qualcosa dobbiamo distinguerlo da ciò che lo circonda, ritagliarlo dal tutto, attribuirgli una forma.

 

 Il confine appare così come una condizione elementare della percezione e della conoscenza.

Ma quella stessa operazione contiene un rischio. La linea che permette di distinguere tende anche a farci apparire più unitario ciò che si trova al suo interno e più diverso ciò che resta fuori. Dalla percezione dello spazio si passa facilmente alla costruzione delle appartenenze: per dire “noi” tracciamo un confine e, dall’altra parte, collochiamo “loro”. Lingua, memoria, religione, territorio e simboli possono custodire una storia condivisa, ma possono anche irrigidirsi sino a trasformare la differenza in estraneità e l’estraneità in inimicizia.

La riflessione di Francesco Remotti mi aveva aiutato a mettere in discussione questa pretesa compattezza. Gli “io” e i “noi” non sono sostanze naturali e immutabili, ma costruzioni sociali e storiche, composizioni sempre parziali di molte esperienze e relazioni. L’identità risponde a esigenze reali di stabilità e riconoscimento, ma diventa un’ossessione quando pretende purezza, continuità assoluta e autosufficienza. Alla contrapposizione identitaria Remotti oppone la ricerca di una giusta misura tra coerenza e molteplicità e invita a dare più peso alle somiglianze che ci consentono di convivere.

Quell’articolo conservava però una domanda alla quale non sapevo ancora rispondere. Avevo descritto il modo in cui costruiamo i confini e le conseguenze politiche del loro irrigidimento, ma non avevo chiarito che cosa fosse il confine in senso propriamente ontologico. Il termine compariva quasi come un’intuizione in attesa del proprio fondamento. Oggi mi sembra che quel fondamento possa essere trovato nella metafisica concreta di Pavel Florenskij.

Dal confine come separazione al confine come soglia

Il passaggio non consiste nell’aggiungere un nuovo autore alla riflessione precedente. Florenskij modifica la domanda stessa. Il confine non è più soltanto la linea mediante la quale il soggetto divide e classifica il mondo. Non è neppure una barriera posta tra realtà già formate, che in un secondo momento potrebbero decidere di entrare in rapporto. È il luogo nel quale realtà distinte si manifestano nella relazione, senza perdere la propria differenza.

La metafisica concreta non cerca un essere astratto, separato dalla vita e dalle forme nelle quali si rende presente. “Concreto” è ciò che tiene insieme dimensioni diverse senza ridurle a un unico piano. Il reale non è una somma di entità chiuse, ma una trama nella quale ogni termine è se stesso proprio perché può stare in rapporto con ciò che non è. Il confine appartiene a questa trama: separa, perché custodisce la distinzione; unisce, perché rende possibile l’incontro.

Distinguere senza separare, unire senza confondere: in questa duplice fedeltà si manifesta il senso ontologico del confine.

 

Se il confine fosse soltanto separazione, avremmo individui e mondi condannati all’isolamento. Se fosse cancellato, avremmo invece una totalità indistinta nella quale ogni volto scompare. Florenskij permette di sottrarsi a entrambe le alternative. La comunione non abolisce la distinzione: vive di essa. Soltanto chi non viene assorbito può realmente entrare in relazione.

L’antinomia e il limite della ragione

Nella Colonna e il fondamento della verità questa struttura compare innanzitutto come antinomia. Il raziocinio tende a scegliere uno dei termini opposti e a eliminare l’altro per ottenere una costruzione coerente. L’antinomia impedisce questa vittoria unilaterale: due affermazioni che sembrano escludersi devono essere mantenute insieme, perché nessuna delle due può esaurire il reale.

Accettare l’antinomia non significa celebrare l’irrazionale. Significa riconoscere che la ragione incontra un confine che non può cancellare. Essa è chiamata a sostare e a oscillare tra i termini, senza trasformare il mistero in un oggetto posseduto. Il confine diventa allora non il luogo della sconfitta del pensiero, ma quello della sua onestà.

Anche la matematica, alla quale Florenskij dedicò una parte decisiva della propria formazione, esplora continuamente questa frontiera. Numeri irrazionali e immaginari, continuità e discontinuità, dimensioni che possono essere colte soltanto attraverso proiezioni parziali mostrano che il pensiero rigoroso può avvicinarsi a realtà che l’intuizione ordinaria non contiene. La matematica conduce sino alla soglia; non sostituisce però la realtà vivente della comunione.

Il simbolo e l’icona

Nelle Porte regali il confine tra visibile e invisibile non viene concepito come una parete che divide due mondi senza comunicazione. L’icona è posta precisamente sulla soglia. Non è una rappresentazione naturalistica del divino e non è neppure un semplice segno convenzionale che rinvia a qualcosa di assente. Nel simbolo autentico la realtà visibile partecipa di ciò che manifesta.

Florenskij ricorre all’immagine del campo magnetico. La forza non è direttamente visibile, ma la disposizione della limatura di ferro ne rende percepibile l’azione. La limatura non crea il campo e non lo racchiude; lo manifesta concretamente. Allo stesso modo l’icona non imprigiona l’invisibile entro una figura. Mantiene la materia, i colori e le forme del visibile e, attraverso di essi, lascia agire una realtà che non può essere esaurita dallo sguardo.

Il confine appare così come presenza e insieme come custodia del mistero. Se visibile e invisibile fossero del tutto separati, nessuna icona sarebbe possibile. Se coincidessero senza distinzione, il simbolo scomparirebbe. La soglia li congiunge senza confonderli.

La nuova luce sulla relazione

È a questo punto che Florenskij illumina diversamente anche il concetto di relazione. Per lungo tempo abbiamo usato, come chiave critica dell’individualismo moderno, la formula della “priorità della relazione”. Essa aveva il merito di contestare l’idea di un io autosufficiente, già costituito prima di incontrare gli altri. Ma conteneva ancora un’ambiguità: poteva sembrare che la relazione fosse una realtà sovraordinata, quasi un nuovo principio chiamato a prevalere sulle persone.

La metafisica concreta suggerisce una formulazione più precisa. Né l’Io né la relazione prevalgono. L’Io non esiste come sostanza chiusa alla quale successivamente si aggiunga un Tu; ma neppure la relazione dissolve i termini che la costituiscono. Io e Tu ricevono il proprio volto nel loro stare l’uno di fronte all’altro. Persona e relazione si costituiscono reciprocamente.

La diade, tuttavia, non è ancora il compimento. Anche l’amicizia più intensa può chiudersi e trasformare il legame in un recinto. Per questo la filìa deve aprirsi all’agápe e stare al cospetto di un Terzo. Il Lui impedisce all’Io e al Tu di costruire un piccolo assoluto a due. La relazione autentica rimane ospitale, capace di accogliere senza perdere la propria intensità.

La verità dell’essere non è soltanto relazionale: è triadica. Io, Tu e Lui non sono elementi giustapposti, ma persone distinte che esistono nella comunione senza alcuna prevalenza.

 

Rublëv e il posto lasciato aperto

La Trinità di Andrej Rublëv rende visibile questa ontologia. Le tre figure sono distinte e inseparabili; nessuna domina, nessuna viene assorbita dalle altre. Il loro movimento reciproco forma un’unità che non si chiude. La mensa resta aperta verso chi guarda e lascia un posto vuoto.

L’ospitalità di Abramo è in certo modo rovesciata: non è soltanto l’uomo ad accogliere Dio, ma Dio ad accogliere l’uomo. L’icona non pone la Trinità davanti allo spettatore come un oggetto da osservare; lo invita a entrare nello spazio della comunione. Il confine tra l’immagine e chi la contempla diventa soglia e invito.

Qui l’ontologia del confine raggiunge la sua forma piena. La distinzione non è il residuo di una separazione e l’unità non è il risultato di una fusione. Distinzione e comunione nascono insieme. Non vi è prima l’Io e poi la relazione, né prima una relazione impersonale dalla quale emergano gli individui. Vi sono persone che ricevono se stesse nel dono reciproco.

Ritornare al confine politico

Alla luce di questa scoperta, il vecchio articolo non viene smentito. Il confine percettivo e identitario conserva tutta la propria ambivalenza. Continuiamo ad avere bisogno di contorni, appartenenze e istituzioni; ma commettiamo un errore quando trasformiamo una distinzione necessaria in una separazione assoluta. Il muro identitario non difende la verità del confine: la tradisce.

La storia dei confini nazionali mostra quanto siano mobili le linee che vengono presentate come naturali ed eterne. Imperi, guerre, migrazioni e trattati le hanno continuamente spostate. Eppure milioni di persone sono state sacrificate affinché quelle linee contingenti assumessero l’apparenza dell’assoluto. Il nazionalismo compie precisamente questa falsificazione: attribuisce a una delimitazione storica il potere di decidere chi appartenga pienamente all’umanità e chi possa esserne escluso.

Ma neppure la cancellazione delle differenze offre una soluzione. Un’unità che assorbe lingue, memorie, culture e persone è un’altra forma di dominio. Il compito politico non consiste nell’abolire ogni confine, ma nel convertirlo: da muro a soglia, da strumento di esclusione a forma di responsabilità, da difesa dell’identità a custodia della relazione.

Gino Strada chiamava “vero confine” quello che ci separa dall’esperienza di chi vive la guerra. Passarlo significa ascoltare le storie, restituire un volto alle parole astratte della strategia e comprendere che la sofferenza dell’altro ci riguarda. Florenskij permette ora di aggiungere che questo attraversamento non è soltanto un dovere morale. È il riconoscimento di una verità più originaria: nessun essere umano è ontologicamente separato dagli altri.

Abitare il confine

La vera ontologia del confine non invita dunque a cancellare le soglie, ma ad abitarle. Il confine autentico è il luogo nel quale l’uno rinuncia alla pretesa di essere tutto e l’altro cessa di essere estraneo. Nessuno perde il proprio volto e nessuno può più considerarsi autosufficiente.

Il percorso iniziato con il triangolo di Kanizsa conduce così alla Trinità di Rublëv. Nel primo caso la mente costruisce una forma tracciando margini che non esistono materialmente; nel secondo l’icona mostra che l’essere stesso non è solitudine, ma comunione di persone distinte. Tra queste due immagini si apre l’intero problema del confine: possiamo usarlo per costruire identità chiuse e nemici, oppure riconoscerlo come il luogo concreto della relazione.

Forse è proprio questa la nuova luce che Florenskij porta sul nostro tempo. La pace non nasce dall’indifferenza delle identità e neppure dall’isolamento di soggetti sovrani. Nasce quando impariamo a custodire le differenze senza trasformarle in separazioni, quando il confine non è più il punto nel quale termina la responsabilità, ma quello dal quale essa comincia.


Pasquale Palumbo

Immagine generata con intelligenza artificiale (AI).

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