Gli occhi che hanno visto l'universo
Tra le pagine più commoventi di Vasilij Grossman vi è il racconto del ritorno della cagnetta Pestruška dal suo viaggio nello spazio. Lo scienziato Aleksej Georgievič attende con trepidazione di incontrarla. Non desidera soltanto verificare il successo dell'esperimento: vuole guardare negli occhi il primo essere vivente che abbia contemplato il cosmo senza l'orizzonte terrestre. È convinto che quegli occhi custodiscano un segreto, «l'arcano cardiogramma dell'universo».
L'attesa è alimentata da una speranza quasi mistica. Un collega scherza immaginando che le radiazioni cosmiche abbiano modificato i geni della cagnetta e che i suoi discendenti diventino nuovi Beethoven o nuovi Faust. È l'eco di una fiducia sconfinata nel progresso scientifico.
Ma Grossman conduce il lettore in una direzione completamente diversa.
Quando la capsula atterra, Pestruška non porta alcuna rivelazione cosmica. Corre incontro allo scienziato, gli lecca le mani, agita timidamente la coda. Soltanto dopo qualche istante Aleksej Georgievič riesce a guardarla negli occhi. E scopre «gli occhi annebbiati, impenetrabili di un povero essere dalla mente confusa e dal cuore tenero e mansueto».
L'universo non ha trasformato Pestruška. È rimasta semplicemente ciò che era: una creatura fragile, capace di riconoscere chi le vuole bene. È lo scienziato, invece, a trasformarsi. All'inizio del racconto egli guarda Pestruška come l'oggetto di un esperimento straordinario. Vuole conoscere ciò che ha visto, decifrare il messaggio che il cosmo potrebbe aver depositato nei suoi occhi. Il suo è lo sguardo di chi osserva.
Ma l'incontro cambia il significato stesso della conoscenza. Pestruška non gli restituisce dati, né rivelazioni sull'universo. Gli corre incontro. Lo riconosce. Lo guarda. In quell'istante Aleksej Georgievič comprende, forse senza nemmeno rendersene conto, che non è più soltanto lui a osservare. È anche lui a essere guardato.
La relazione sostituisce l'osservazione. L'oggetto dell'esperimento diventa un soggetto capace di riconoscere.
Ed è proprio questo riconoscimento reciproco a costituire la vera scoperta del racconto.
Il viaggio nello spazio non serve a conoscere meglio il cosmo. Serve a mostrare che la conoscenza più profonda non nasce quando un soggetto osserva un oggetto, ma quando due esseri viventi si incontrano e si riconoscono. L'arcano cardiogramma dell'universo non era nelle stelle. Era in quegli occhi miti e impenetrabili.
Pasquale Palumbo