Più armi, meno regole: quale sicurezza stiamo costruendo?
La sicurezza è diventata ormai obiettivo politico prioritario. Nei vertici internazionali, nei documenti strategici, nei dibattiti parlamentari, ovunque essa viene sempre più spesso associata alla deterrenza militare e sempre meno alla cooperazione internazionale e alla solidità del diritto. Si investe in armamenti. Si rinsaldano alleanze difensive. Si ridefiniscono equilibri di potenza.
Nello stesso tempo si indeboliscono le infrastrutture multilaterali, si delegittimano sedi giuridiche sovranazionali, si riduce la cooperazione sistematica tra Stati in materia giudiziaria e finanziaria, si ostacolano le agenzie internazionali di intervento umanitario. Quale sicurezza stiamo davvero costruendo?
In un mondo segnato dal ritorno dei conflitti armati, la deterrenza non è uno strumento irrilevante. Diventa però insufficiente quando le si affida il compito di garantire la sicurezza a tutto campo. Le minacce più pervasive del nostro tempo non sono solo gli eserciti regolari. Sono reti criminali transnazionali, traffici finanziari opachi, cybercriminalità, economie illegali alimentate da conflitti e sanzioni, destabilizzazioni ibride. Nessuna di queste viene neutralizzata da un incremento della spesa militare. Per fronteggiarle sono necessari cooperazione giudiziaria, tracciabilità finanziaria globale, scambio continuo di informazioni, standard comuni contro il riciclaggio, istituzioni multilaterali operative e credibili.
Se si investe quasi esclusivamente nella deterrenza e si trascura la cooperazione normativa, si costruisce una sicurezza apparente: robusta verso l’esterno, fragile nella sua struttura. Oggi la frammentazione geopolitica divide gli Stati in blocchi contrapposti. Le organizzazioni criminali non subiscono questa divisione; al contrario, la sfruttano, creando nuovi collegamenti tra i mercati che la politica separa. Si muovono dove la cooperazione si interrompe. Sfruttano ogni crepa normativa. Quando il diritto internazionale si indebolisce, non si produce soltanto un arretramento etico. Si produce un vantaggio funzionale per le reti illegali.
Se due Stati smettono di cooperare per tensioni politiche, le reti criminali che operano tra quei territori trovano margini più ampi. Se le istituzioni multilaterali vengono delegittimate, si riduce la fiducia sistemica. Se la forza torna a prevalere sulla norma, si diffonde l’idea che le regole siano opzionali. Paradossalmente, mentre la geopolitica divide, il crimine integra. La frammentazione politica diventa opportunità per la connessione criminale. In questo scenario si manifesta un processo che possiamo descrivere come un imbarbarimento dei rapporti internazionali: il progressivo spostamento dal primato della norma al primato della forza. Quando la regola diventa negoziabile e la cooperazione viene percepita come debolezza, l’ordine si fa più instabile.
In un contesto dominato dalla forza, le economie illegali trovano meno ostacoli. Le zone grigie si ampliano. La prevedibilità normativa diminuisce. L’insicurezza non resta confinata nei conflitti armati: si diffonde nelle trame finanziarie, nei mercati, nelle istituzioni. Si parla di sicurezza, ma si alimentano le condizioni strutturali dell’insicurezza diffusa. L’abitabilità non è un concetto separato dalla sicurezza. È la sua traduzione concreta nella vita quotidiana delle società. Un territorio è abitabile quando le regole sono riconosciute e rispettate; i diritti sono tutelati; l’economia non è dominata da reti illegali; le istituzioni funzionano; la violenza non è un regolatore ordinario dei conflitti. Tutte queste condizioni non nascono dalla sola deterrenza, ma da un ordine normativo stabile e cooperativo. Senza questo ordine non c’è abitabilità. E senza diritto condiviso non c’è sicurezza sistemica. Quando le reti criminali si rafforzano perché la cooperazione si indebolisce, l’abitabilità si riduce: l’economia si opacizza, la fiducia si erode, la legalità diventa intermittente.
Non è necessario che vi sia guerra aperta perché un territorio diventi meno vivibile. È sufficiente che il diritto perda stabilità e che l’illegalità organizzata trovi spazi più ampi. Difendere il diritto internazionale non è un gesto idealistico. È una scelta di realismo strutturale. Significa mantenere attiva la rete che rende più difficile la connessione tra poteri criminali globali. Significa preservare un terreno comune di cooperazione anche quando la geopolitica divide. L’alternativa non è tra armi e diritto. È tra una sicurezza ridotta alla sola deterrenza e una sicurezza di sistema. Se vogliamo un mondo più abitabile, la cooperazione non può essere considerata un elemento accessorio ma deve tornare a essere infrastruttura primaria della sicurezza.
Più armi possono aumentare la deterrenza, ma non garantiscono stabilità. Meno diritto significa meno stabilità. Accumulare armi non preserva le regole e quando il diritto arretra non si rafforza l’ordine. Si rafforza il disordine organizzato.
Pasquale Palumbo
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