Ucraina, la guerra si decide anche spegnendo un collegamento
Ucraina, la guerra si decide anche spegnendo un collegamento
Trump, Musk e Putin: tre poteri, una convergenza inquietante
La guerra in Ucraina potrebbe essere entrata in una fase decisiva. Non per una vittoria sul campo di battaglia, ma per l'impiego di strumenti di pressione politica, economica e tecnologica capaci di condizionare la resistenza e l'autonomia negoziale di un intero paese.
Nella notte tra il 13 e il 14 ottobre SpaceX ha introdotto, senza alcun preavviso, una restrizione all'uso militare dei terminali Starlink in Ucraina: il collegamento si interrompe per i dispositivi che si muovono a più di cento miglia orarie, circa 160 chilometri l'ora. Diverse missioni di droni sono fallite. Ma la limitazione non ha colpito soltanto le operazioni offensive: ha ostacolato i droni intercettori e i velivoli impiegati contro i droni esplosivi russi. È stata toccata, cioè, la difesa aerea di un paese che ogni notte viene bombardato.
Nelle stesse ore, secondo il governo ucraino, è venuto meno il flusso di informazioni in tempo reale sugli attacchi in arrivo che gli Stati Uniti normalmente forniscono, e per due notti consecutive i missili russi hanno colpito senza preavviso. Washington nega di aver sospeso la condivisione di intelligence. Nella giornata del 14 sono giunte notizie di un parziale ripristino delle funzioni di tracciamento dei missili. Ma il segnale è stato dato: la capacità di difendersi può essere ridotta in una notte, da altri.
Il contesto rende difficile considerare questi fatti come semplici incidenti tecnici. Trump ha proclamato un "cessate il fuoco energetico" e chiede a Kyiv di fermare gli attacchi alle raffinerie russe, che a suo dire fanno salire il prezzo del gasolio negli Stati Uniti. Zelenskyj ha riferito che il presidente americano ha ventilato il blocco dell'intelligence finché quegli attacchi non cesseranno. Pochi giorni prima Musk aveva scritto che Zelenskyj "è andato troppo oltre". Intanto la Russia ha colpito per tre notti consecutive la rete elettrica e gli impianti energetici ucraini.
Donald Trump esercita la pressione politica. Vladimir Putin continua a esercitare la pressione militare. Elon Musk controlla, attraverso SpaceX, un'infrastruttura dalla quale dipendono capacità essenziali, offensive e difensive, delle forze ucraine.
Tre uomini, tre forme di potere, una convergenza di effetti che non possiamo ignorare.
Chi decide, e davanti a chi risponde
Interpellato sulle restrizioni, Musk ha dichiarato che l'ultima parola sui limiti di Starlink in Ucraina spetta a Trump. La frase si presta a due letture, ed entrambe sono inquietanti. Se è vera, un'infrastruttura privata funziona come strumento diretto della politica estera di un governo, senza nessuna delle procedure, dei controlli e delle responsabilità che accompagnano una decisione pubblica. Se è un modo per scaricare la responsabilità, mostra che la decisione può passare dal consiglio di amministrazione alla Casa Bianca e ritorno senza fermarsi in nessun luogo in cui qualcuno debba risponderne.
È questo il volto più inquietante di quello che abbiamo chiamato Authoritarian Stack: non semplicemente il potere di un privato che si sostituisce allo Stato, ma la fusione di potere politico, economico e tecnologico in poche mani, in una forma nella quale la responsabilità circola senza mai posarsi. Decisioni che dovrebbero appartenere ai popoli e alle loro istituzioni vengono prese nello spazio opaco che separa un'azienda da un governo. La successione degli avvenimenti rende legittimo un sospetto preciso: che le pressioni americane e le restrizioni tecnologiche concorrano a indebolire la posizione ucraina. Il consigliere di Zelenskyj per le tecnologie militari, Serhij Beskrestnov, ha scritto che non può trattarsi di una coincidenza. Non ha fornito prove, e la Casa Bianca non ha commentato. Per questo parliamo di sospetto, non di certezza. Esiste un coordinamento tra Trump, Musk e Putin? Non lo sappiamo. Ma non occorre immaginare una stanza segreta nella quale i tre concordano ogni decisione per riconoscere una convergenza strategica. Gli interessi possono incontrarsi e rafforzarsi reciprocamente anche senza una regia formalizzata.
Soprattutto, non possiamo ignorare chi beneficia delle decisioni e chi ne sopporta le conseguenze.
Una tregua che vincola una sola parte
Trump dichiara di voler fermare la guerra. È un obiettivo che condividiamo senza riserve. Da tempo Pax-Lab sostiene, con Erasmo da Rotterdam e prima ancora con Cicerone, che anche la pace più iniqua è preferibile alla guerra più giusta. La cessazione delle ostilità deve venire prima della soluzione delle controversie. La pace è la condizione dalla quale può ricominciare la ricerca della giustizia.
Proprio per questo non possiamo confondere una pressione esercitata per ottenere una tregua reciproca con una pressione che indebolisce una sola delle parti mentre l'altra continua a combattere.
Il "cessate il fuoco energetico" è il banco di prova. All'Ucraina si chiede di smettere di colpire le raffinerie russe, e la si priva di strumenti di difesa e di allerta. La Russia, nelle stesse notti, continua a distruggere centrali, linee elettriche e impianti di gas ucraini, alle porte dell'inverno. Una tregua che obbliga una parte sola non è una tregua: è una modificazione dei rapporti di forza presentata con il linguaggio della pace.
Il criterio è semplice e non ammette ambiguità: quante vite vengono risparmiate? Gli attacchi diminuiscono? Le parti rispettano impegni reciproci e verificabili? Oggi la risposta è negativa. Non siamo davanti a un successo della diplomazia. Non temiamo una pace imperfetta. Al contrario, chiediamo che si fermino immediatamente le uccisioni, da entrambe le parti, anche prima di aver risolto le questioni territoriali e politiche. Denunciamo invece il rischio che la pace venga trasformata in un affare tra grandi poteri, nel quale la sorte dell'Ucraina e la sicurezza dell'Europa siano determinate da interessi estranei alla volontà delle popolazioni coinvolte.
L'Europa che paga e non decide
L'Ucraina rischia di vedere ridotta la propria capacità di difesa e di negoziazione. La Russia può trarre vantaggio da questo indebolimento. E l'Europa scopre ancora una volta quanto sia limitata la propria autonomia strategica. Il caso Starlink lo mostra con una chiarezza quasi didattica. Una parte rilevante dei terminali usati in Ucraina è stata pagata da paesi europei: già nel 2024 circa la metà era finanziata dalla Polonia. L'Europa paga i terminali, ma l'interruttore sta altrove. Nel marzo 2025, quando per la prima volta si parlò apertamente di un possibile distacco, la Commissione europea annunciò di voler valutare alternative: il sistema Govsatcom e la costellazione IRIS², che sarà operativa soltanto negli anni Trenta. Un anno e mezzo dopo la dipendenza è intatta. Denunciamo un'Europa incapace di trasformare il proprio peso economico in un'autonoma iniziativa diplomatica per limitare i danni, proteggere i civili e imporre all'attenzione internazionale l'urgenza di un cessate il fuoco effettivo e reciproco.
La pace non può essere semplicemente annunciata da chi dispone del potere di limitare o spegnere un collegamento satellitare. Deve essere riconoscibile sul terreno, nella cessazione dei bombardamenti e nelle vite umane finalmente risparmiate.
Perché una pace ingiusta può ancora essere migliorata. Una vita perduta non può essere restituita.
Pasquale Palumbo
Immagine generata con intelligenza artificiale (AI).