Nel dibattito contemporaneo sulla pace e sulla gestione delle tensioni sociali e politiche, è essenziale distinguere con precisione tra i concetti di conflitto, conflitto violento e guerra. Il conflitto, inteso in senso generale, è un fenomeno inevitabile e spesso necessario nella vita sociale: si manifesta quando emergono interessi, valori o visioni del mondo tra loro divergenti. Non è in sé negativo, anzi, può rappresentare una risorsa per il cambiamento, la trasformazione e la crescita collettiva.
Il conflitto violento, invece, è una modalità specifica di gestione del conflitto che ricorre alla coercizione, alla sopraffazione e all’uso della forza fisica o simbolica per imporre un esito. In questa forma, il dissenso non viene negoziato, ma soppresso. La guerra rappresenta l’estremo grado di conflitto violento, istituzionalizzato e organizzato, in cui due o più attori – generalmente Stati – si affrontano con mezzi distruttivi su larga scala. La guerra comporta non solo la violenza sistematica, ma anche la legittimazione della morte come strumento politico.
In questo contesto, si collocano due prospettive distinte ma spesso confuse: il pacifismo e la non-violenza.
Il pacifismo è un orientamento etico e politico che rifiuta la guerra come mezzo di risoluzione dei conflitti e persegue la pace intesa come assenza di guerra. Per il pacifismo, la guerra è il male assoluto, perché comporta la soppressione della vita umana, la distruzione delle comunità e delle culture, e la rottura di ogni vincolo morale e giuridico tra gli individui e le nazioni. La pace, al contrario, è considerata un bene assoluto, autosufficiente, che non ha bisogno di aggettivi come "giusta" o "duratura": la sua presenza è già di per sé un valore da perseguire e difendere.
Il pacifismo si affida a strumenti giuridici, politici, diplomatici e istituzionali per impedire lo scoppio dei conflitti armati e promuovere la cooperazione tra i popoli: trattati internazionali, negoziazioni diplomatiche, istituzioni sovranazionali come le Nazioni Unite, il diritto internazionale, la mediazione e il dialogo. In questa prospettiva, la pace si costruisce attraverso le strutture del diritto e della politica internazionale.
Diversa – e più radicale – è la posizione della nonviolenza, che non si limita a rifiutare la guerra, ma rifiuta ogni forma di violenza, comprese la coercizione economica, il dominio culturale e la discriminazione identitaria. Per i teorici della nonviolenza, come Aldo Capitini, la pace non può essere solo assenza di guerra, ma deve essere una pace fondata su una trasformazione profonda dell’essere umano e della società.
La nonviolenza persegue il cambiamento non solo nei mezzi, ma anche nei valori: rifiuta la separazione tra etica e politica, e considera inaccettabile il principio secondo cui “il fine giustifica i mezzi”. Come scrive Capitini, «la nonviolenza non è soltanto un metodo, è una concezione totale dell’uomo, del mondo e della storia» (Aldo Capitini, Le tecniche della nonviolenza, 1967). Per questo, il suo scopo è la creazione di un “uomo nuovo” e di un “mondo nuovo”, che rigetti la competizione, l’antagonismo e le logiche dell’esclusione. La nonviolenza, quindi, è non solo una prassi politica, ma un’etica relazionale e culturale che promuove dialogo, empatia e apertura all’altro.
Un momento emblematico della distinzione tra pacifismo e nonviolenza si ebbe nella polemica tra Aldo Capitini e Palmiro Togliatti, leader del Partito Comunista Italiano. Togliatti, in un discorso del 1956, bollò la non-violenza come una posizione utopica e disarmata, inadatta a fronteggiare le ingiustizie del mondo reale. Egli sosteneva la necessità di difendere la pace con la forza, se necessario, e di non rinunciare a strumenti di pressione anche violenta per garantire i diritti dei lavoratori e l’autodeterminazione dei popoli. In altre parole, per Togliatti il pacifismo doveva essere realistico e politicamente efficace, anche a costo di accettare una certa dose di coercizione.
Capitini replicò in modo netto, difendendo la radicalità etica della nonviolenza. In un articolo pubblicato su Azione Nonviolenta, affermò che «chi accetta anche solo in parte la violenza, finisce per essere al servizio della logica del potere e della guerra». Per Capitini, la vera trasformazione della società non può che partire da una rivoluzione interiore, che rifiuti la violenza in ogni sua forma e promuova una nuova qualità dei rapporti umani. La sua era una critica profonda non solo alla guerra, ma anche al modello gerarchico e centralizzato del potere politico, sia esso borghese o comunista.
Questa polemica non fu solo teorica: essa evidenziava una frattura culturale tra due concezioni del cambiamento. Una, quella togliattiana, pragmatica e centrata sull’efficacia dei mezzi istituzionali; l’altra, quella di Capitini, fondata su una visione etico-religiosa della realtà, in cui la coerenza tra mezzi e fini è principio assoluto.
Carlo Palumbo
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