Il Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2026 di Papa Leone XIV propone una visione della pace che non può essere archiviata come una semplice esortazione spirituale. Al contrario, esso entra in attrito diretto con l’attuale pensiero politico dominante, fondato sul riarmo, sulla deterrenza e sull’idea che la pace si difenda — o addirittura si costruisca — attraverso la forza armata. Questo contrasto diventa particolarmente evidente se si mettono a confronto le parole del Papa con alcuni recenti discorsi pubblici del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
Il Pontefice parla di una pace “disarmata e disarmante”, che non nasce dall’equilibrio della paura né dall’accumulo di armamenti, ma dalla conversione dei cuori, dalla giustizia, dal dialogo e dalla fiducia reciproca. In questa prospettiva, la guerra non è mai uno strumento legittimo per produrre pace, e la deterrenza appare come una fragile illusione che normalizza la violenza e perpetua l’insicurezza. La sicurezza costruita sulle armi, afferma in sostanza il Papa, non è vera sicurezza, perché si regge sulla possibilità sempre presente del fallimento catastrofico.
A questa visione si contrappone il linguaggio della politica istituzionale. Il Presidente Mattarella, in più occasioni, ha sottolineato la necessità di rafforzare la difesa nazionale ed europea, di investire in strumenti militari adeguati e di consolidare la deterrenza come elemento di stabilità e prevenzione dei conflitti. Pur accompagnate da richiami al dialogo, alla diplomazia e alla pace, queste affermazioni si muovono chiaramente all’interno di una logica secondo cui la forza armata resta un pilastro indispensabile dell’ordine internazionale.
Qui non si tratta di mettere in discussione la funzione costituzionale del Capo dello Stato né la complessità delle responsabilità politiche in un contesto globale segnato da guerre e aggressioni. Il punto è un altro: la distanza crescente tra un magistero che invita a superare radicalmente la logica della deterrenza e una politica che continua a considerarla inevitabile e necessaria. Questa distanza non è neutra, soprattutto in un Paese che si riconosce nella tradizione cristiana e i cui vertici istituzionali spesso richiamano valori etici condivisi.
Il Papa non ignora la realtà dei conflitti, né propone una pace ingenua o disincarnata. La sua è una parola esigente, che chiede di rompere l’assuefazione culturale alla guerra e di smascherare la retorica secondo cui “non ci sono alternative”. Al contrario, il messaggio papale afferma che la vera alternativa è proprio quella che non viene mai seriamente percorsa: il disarmo progressivo, il rafforzamento del diritto internazionale, la diplomazia preventiva, la riduzione strutturale delle spese militari a favore dello sviluppo umano.
La contraddizione emerge con particolare forza quando queste due visioni convivono nello stesso spazio pubblico senza mai essere realmente messe a confronto. Da un lato, si afferma che la pace è il valore supremo; dall’altro, si accetta come normale una politica fondata sull’aumento degli armamenti e sulla minaccia. Da un lato, si condanna la guerra come tragedia; dall’altro, si costruiscono le condizioni perché essa resti sempre un’opzione pronta all’uso. È una frattura che rischia di diventare strutturale e di svuotare di senso le stesse parole “pace” e “sicurezza”.
Il Messaggio di Papa Leone XXIV costringe invece a una domanda scomoda ma inevitabile: si può continuare a parlare di pace mentre si investe sistematicamente nella preparazione alla guerra? E, per un Paese come l’Italia, la domanda diventa ancora più stringente: è possibile richiamarsi a valori cristiani condivisi senza interrogarsi seriamente sulla coerenza tra questi valori e le scelte politiche concrete?
Questa non è una polemica contro le istituzioni, ma un appello alla responsabilità morale e politica. La pace disarmata proposta dal Papa non è un lusso per tempi migliori, ma una bussola per attraversare tempi difficili senza perdere l’umanità. Ignorarla, o relegarla a puro linguaggio religioso, significa rinunciare in partenza a immaginare un ordine internazionale diverso da quello fondato sulla forza. Ed è proprio questa rinuncia, oggi, la contraddizione più grave.
Carlo Palumbo
foto da Wikipedia