L’intervento del segretario generale della Nato Mark Rutte durante la visita a Berlino dell’11 dicembre 2025 rivela una profonda distorsione del modo in cui oggi viene pensata e comunicata la sicurezza in Europa. Affermare che la Russia potrebbe essere pronta a colpire la NATO entro cinque anni e invitare a prepararsi a una guerra “della stessa portata di quella vissuta dai nostri nonni e bisnonni” non significa descrivere un rischio: significa rendere la guerra di nuovo progressivamente accettabile come orizzonte politico.
Il problema non è prendere in considerazione scenari di rischio, operazione necessaria in qualunque analisi seria. Il problema è il modo in cui questi scenari vengono costruiti e messi in circolazione. Nel discorso di Berlino mancano riferimenti chiari a dati verificabili, manca una distinzione rigorosa tra ipotesi, probabilità e necessità, manca soprattutto una spiegazione dei nessi causali che dovrebbero rendere credibile l’allarme evocato. L’effetto complessivo non è chiarificazione, ma produzione di paura. E quando l’allarme diventa permanente, smette di proteggere e inizia a deformare il giudizio collettivo.
In questo quadro emerge una differenza significativa tra l’approccio statunitense e quello europeo. La strategia di sicurezza degli Stati Uniti, per quanto discutibile, presenta almeno una forma di coerenza interna. Esplicita i propri obiettivi, accetta il rischio dell’escalation come variabile calcolata, considera persino gli scenari estremi come costi possibili all’interno di un sistema razionale. È una razionalità che può essere criticata radicalmente, ma che non nasconde la propria logica.
L’Europa, invece, appare priva di una visione autonoma. Adotta un linguaggio allarmistico senza esplicitarne le conseguenze ultime, parla di deterrenza e riarmo evitando accuratamente di nominare il punto di arrivo implicito di questa traiettoria. Una guerra di vasta scala in Europa oggi non sarebbe una ripetizione del passato, ma un evento potenzialmente terminale per le condizioni stesse della vita organizzata sul continente. Questo dato, elementare e decisivo, resta fuori dal discorso pubblico.
Qui si manifesta il punto più critico. Il discorso di Berlino evoca la storia per giustificare il riarmo, ma rimuove il presente tecnologico, sociale e ambientale in cui un conflitto si produrrebbe. Non si dice che una guerra ad alta intensità significherebbe contaminazione dei territori, collasso delle infrastrutture civili, crisi alimentari, migrazioni di massa, destabilizzazione ecologica irreversibile. Parlare di sicurezza senza parlare di abitabilità è una contraddizione in termini: una sicurezza che distrugge le condizioni della vita non è sicurezza, è negazione della realtà.
Questo tipo di narrazione non ha un effetto neutro. Normalizza l’idea che l’escalation sia inevitabile, che il riarmo sia l’unica risposta possibile, che la pace appartenga al passato. Non informa l’opinione pubblica, la orienta; non protegge, abitua. Abitua a considerare la catastrofe come uno sfondo implicito, mai discusso ma sempre presente, finendo per renderla psicologicamente tollerabile.
Quando si parla di follia, in questo contesto, non si allude a stati mentali individuali, ma a una patologia del discorso politico. È la follia di una razionalità che separa la sicurezza dalla sopravvivenza, la strategia dalla responsabilità, il linguaggio dalle conseguenze materiali. Ed è una follia tanto più pericolosa quanto meno viene riconosciuta come tale.
L’Europa avrebbe tutte le ragioni storiche e politiche per sottrarsi a questa deriva. Dopo due guerre mondiali combattute sul proprio suolo, avrebbe potuto fare della prevenzione dei conflitti, della riduzione dei rischi sistemici e della mediazione una vera dottrina di sicurezza. Invece sembra aver rinunciato a pensare, limitandosi a ripetere scenari di minaccia senza interrogarsi sulla loro funzione e sui loro esiti.
Chiamare tutto questo per nome non è un atto di aggressività, ma di lucidità. Non si tratta di negare i conflitti né di sottovalutare i pericoli, ma di rifiutare una narrazione che, nel pretendere di difendere la pace, finisce per svuotarla di senso. Continuare su questa strada significa accettare che la possibilità della catastrofe diventi un elemento ordinario del discorso pubblico. Fermarsi, invece, significherebbe recuperare una parola politica oggi quasi scomparsa: responsabilità. Verso i cittadini europei, verso i territori, verso le generazioni future. E soprattutto verso la realtà, che non può essere evocata selettivamente senza che prima o poi se ne debbano affrontare le conseguenze.
Pasquale Palumbo
foto di Marek Studzinski da Unsplash