L’articolo COP - custodire il metodo, rilanciare la responsabilità che condivido nella sostanza, mi suggerisce una ulteriore riflessione che propongo ai lettori.
Il metodo delle COP va davvero preservato: senza uno spazio stabile di confronto multilaterale, la crisi climatica sarebbe lasciata alle sole logiche di potenza, e ciascun Paese finirebbe per muoversi in ordine sparso. Su questo punto non ho alcuna riserva: il dialogo internazionale è fragile, ma resta indispensabile. Proprio per questo, però, credo sia importante chiamare le cose col loro nome quando gli obiettivi fissati collettivamente vengono mancati. Non è una delegittimazione del metodo, né un gesto di sfiducia verso la diplomazia ambientale. È, al contrario, un modo per proteggerne la credibilità. Gli impegni assunti a Parigi nel 2015 non rappresentavano un traguardo simbolico, ma una soglia scientificamente necessaria. Constatare che non siamo riusciti a rispettarla significa assumersi la responsabilità di capire perché. A me pare che questa distanza tra promesse e risultati non derivi da un difetto intrinseco delle COP, ma da resistenze molto forti che operano al loro interno: lobby ben strutturate, interessi economici consolidati, un’inerzia globale che fatica ad accettare la portata reale della transizione. È questo il “fallimento” di cui parlo: non del processo in sé, ma della sua capacità di trasformare in scelte concrete ciò che la scienza ci chiede con urgenza. Difendere il metodo, dunque, per me significa proprio questo: non rinunciare al luogo del confronto, ma fare in modo che non venga svuotato da chi ha interesse a rallentare o diluire le decisioni. Custodire il dialogo e, nello stesso tempo, non accettare che la lentezza si trasformi in stallo. Sono d’accordo: le COP non risolvono tutto, ma rendono possibile che qualcosa si risolva. Ed è proprio per poter continuare a sperare che abbiamo il dovere di riconoscere ciò che non funziona, senza temere parole come “fallimento”, quando descrivono fatti. Solo così il metodo potrà davvero restare all’altezza dei tempi che viviamo.
Pasquale Palumbo
foto da Wikipedia