Quale sicurezza celebriamo il 2 giugno?
C'è una parola che attraversa in silenzio le celebrazioni del 2 giugno: sicurezza. Non compare quasi mai nei discorsi ufficiali, eppure è la premessa non dichiarata di ogni parata, di ogni sfilata di reparti, di ogni saluto alle bandiere. Vale la pena nominarla, perché intorno al suo significato si gioca una delle tensioni più profonde della Repubblica italiana — e non solo di essa.
L'articolo 11 della Costituzione contiene una formulazione che non è affatto ovvia: l'Italia «ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali». Non ripudia le Forze Armate, non nega la difesa: ripudia la guerra offensiva, la guerra come politica. È una distinzione che i costituenti fecero con piena consapevolezza, uscendo da un ventennio che aveva trasformato lo Stato in macchina di conquista. La tensione, dunque, non è tra Costituzione e parata militare: è già dentro la Costituzione stessa, tra la legittimità della difesa e il ripudio della logica bellica. Ogni celebrazione repubblicana eredita questa tensione senza poterla sciogliere.
La presenza dei cappellani militari alle cerimonie è spesso citata come contraddizione emblematica, soprattutto in un momento in cui il linguaggio ecclesiale si è fatto sempre più esplicito nella condanna della guerra e del commercio delle armi. Francesco parlava di «terza guerra mondiale a pezzi»; Leone XIV, nella recente Magnifica Humanitas, ha ripreso con forza il tema della dignità umana minacciata dalla logica della sopraffazione militare e tecnologica. Chi sostiene la presenza dei cappellani risponde che essi non benedicono le armi ma accompagnano le persone. Chi la critica osserva che la partecipazione a cerimonie pubbliche produce comunque un effetto di legittimazione simbolica, indipendentemente dalle intenzioni.
Entrambe le posizioni sono oneste. Ma forse la domanda più produttiva non è questa. È chiedersi: quale immagine della sicurezza viene trasmessa ai cittadini attraverso le forme rituali della Repubblica?
Se la sicurezza è rappresentata principalmente dalla forza armata — dalla capacità di proiezione, dalla tecnologia militare, dalla deterrenza — il messaggio è preciso: siamo al sicuro perché siamo forti. Se invece la sicurezza nasce dalla cooperazione internazionale, dalla giustizia sociale, dalla diplomazia, dalla tutela dell'ambiente, dall'educazione, il messaggio cambia radicalmente: siamo al sicuro perché abbiamo costruito relazioni che rendono il conflitto meno necessario.
Aldo Capitini lo diceva con la nettezza che gli era propria: una pace che continua ad accettare come normale la preparazione della guerra non è ancora pace. Alexander Langer guardava con inquietudine alla militarizzazione strisciante delle società europee, convinto che il linguaggio della sicurezza armata producesse, quasi inevitabilmente, le condizioni del conflitto che pretendeva di prevenire. Non si tratta di pacifismo ingenuo: si tratta di una critica alla grammatica con cui le società democratiche pensano la propria sopravvivenza.
Nel 2026, mentre l'Europa ridiscute i propri bilanci della difesa e il lessico della «sicurezza» torna al centro del dibattito pubblico con un'urgenza che non si sentiva da decenni, la domanda non è retorica. Quale sicurezza siamo disposti a immaginare per noi stessi? E soprattutto: qual è la sicurezza che vogliamo trasmettere a chi verrà dopo di noi — non come armamento, ma come eredità politica e morale?
La parata del 2 giugno è una risposta possibile. Non è l'unica. E forse non è la più onesta nei confronti di quella Costituzione che pure celebra.
Pasquale Palumbo