Lo specchio vuoto

Lo specchio vuoto

Lo specchio vuoto

Sto leggendo in questi giorni  ”I Demoni” di Dostoevskij. È una lettura tardiva. Quasi cinquant’anni fa avevo abbandonato il romanzo — travolto dall’intreccio di salotti, segreti, matrimoni nascosti, personaggi dai nomi impossibili. Tornandoci oggi porto con me quello che allora non avevo: la memoria di ciò che il Novecento ha fatto agli esseri umani, e l’inquietudine per ciò che il presente sta facendo ancora. Con questo peso nel cuore, certe oscurità del romanzo assumono un aspetto diverso. Il tema che mi ha imposto una pausa di riflessione è il riconoscimento. Attorno a Stavrogin, l’uomo chiave del romanzo, ruotano uomini e donne che vedono in lui una promessa.

Šatov vi cerca una guida, Kirillov un interlocutore assoluto, Mar’ja un principe luminoso, Liza una possibilità di amore e verità. Tutti ricevono da lui qualcosa: una speranza, una ferita, un’idea. Tutti costruiscono su di lui qualcosa di sé. Eppure, Stavrogin rimane distante.
C’è una scena che condensa tutto. Šatov, davanti a testimoni, lo schiaffeggia. Stavrogin trattiene la reazione. Non per viltà — ha dimostrato in altri momenti un coraggio freddo e quasi soprannaturale. Lo trattiene perché qualcosa dentro di lui non risponde più. Non c’è rabbia, non c’è ferita, non c’è nemmeno il fremito di chi si domanda: “Perché?”
C’è solo il vuoto di chi non incontra davvero l’altro, nemmeno quando l’altro lo colpisce in faccia.
Non è il male organizzato di Pëtr Verchovenskij, che manipola, costruisce reti, elabora strategie. Il dramma di Stavrogin è più silenzioso e forse più pericoloso. Stavrogin non riesce a riconoscere davvero l’altro.
Osserva. Comprende. Talvolta protegge. Ma non entra nella reciprocità. Rimane come uno specchio vuoto: riflette i desideri degli altri senza restituire presenza. E questa assenza — silenziosa, mai dichiarata — devasta chi gli sta intorno più di qualunque crudeltà esplicita. È qui che, secondo me, Dostoevskij anticipa uno dei problemi più pericolosi della modernità. Il male non nasce sempre dall’odio. Talvolta nasce dal non vedere.
Quando l’altro smette di apparire come persona — con un nome, una storia, una vulnerabilità — e diventa categoria, bersaglio, massa indistinta, il terreno è già preparato. La storia lo ha mostrato con una precisione atroce. Prima che i campi di sterminio diventassero possibili, gli ebrei erano già diventati topi nella propaganda nazista. Prima che i machete cominciassero a muoversi in Ruanda, i Tutsi erano già scarafaggi sulle onde radio. Non è una metafora: è un meccanismo. La disumanizzazione simbolica precede sempre, e rende possibile, quella fisica. La propaganda lavora così. Non costruisce soltanto narrazioni: modifica lo sguardo. Finché si vede un volto, qualcosa resiste. Quando il volto scompare e rimane solo la categoria, quella resistenza si spegne.
È impossibile non pensare a Gaza. Dal 2023 il mondo assiste a una distruzione immensa. Bambini morti sotto le macerie. Questa frase andrebbe tenuta ferma prima di continuare: Bambini morti sotto le macerie. Famiglie cancellate. Ospedali colpiti. Fame come strumento. Vite trasformate in numeri quotidiani che scorrono sui telegiornali tra uno spot e l’altro, sempre più difficili da sentire come reali. La discussione politica continuerà. Quella giuridica seguirà i propri tempi. Ma esiste una domanda che viene prima di entrambe: stiamo ancora vedendo i volti? Oppure i gazawi sono già diventati, nella percezione comune, soltanto uno scenario — un problema geopolitico, un bersaglio collettivo, una variabile di qualche equazione strategica?
Perché il rischio più grande non è soltanto la distruzione materiale. È la disumanizzazione. Quando il volto scompare, qualcosa si spezza anche in chi guarda. Il mancato riconoscimento non distrugge soltanto la vittima. Corrode lentamente la coscienza di chi ha smesso di vedere e non sempre se ne accorge.
Nei  Demoni  la risposta a Stavrogin non è la punizione. È Tichon.
Tichon è un vescovo anziano, fragile, quasi dimenticato in un monastero di provincia. Stavrogin si reca da lui a portare una confessione scritta, una colpa terribile, che non dirò. Tichon legge. Vede tutto. Non idealizza, non assolve automaticamente, non chiude gli occhi davanti all’abiezione. Ma non cessa di riconoscere l’uomo che ha davanti, anche quando quell’uomo non riesce più a riconoscere sé stesso. Gli dice una cosa scomoda, precisa, coraggiosa. E Stavrogin si alza e se ne va perché essere visti davvero, qualche volta, è insopportabile.
Tichon rimane lì.
Forse costruire pace significa qualcosa di simile a questo. Non avere tutte le risposte. Non risolvere in anticipo le controversie giuridiche o i nodi politici. Ma custodire ostinatamente il volto. Difendere il nome. Rifiutare le categorie che cancellano le persone. Continuare a vedere anche quando tutto spinge a smettere. Il male raramente entra nella storia annunciandosi. Più spesso arriva in silenzio, per sottrazione. Comincia quando qualcuno smette di vedere l’altro e quando quella cecità diventa normale, condivisa, quasi ovvia.
La pace, invece, nasce ogni volta che qualcuno decide che quel volto non sarà perduto. Non è poco. Non è scontato. È quasi tutto.

Pasquale Palumbo

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