Identità assolute e crisi della relazione
Le identità assolute sono identità che non si limitano a definire chi siamo, ma pretendono di definire in modo definitivo anche chi sono gli altri. Esse si percepiscono come portatrici di una verità, di una missione storica o di una promessa che trascende il confronto e la mediazione. In questa prospettiva, l’altro non appare come un interlocutore con cui costruire una relazione, ma come un ostacolo, una minaccia o un avversario da contenere.
Una caratteristica tipica delle identità assolute è la difficoltà ad accettare il compromesso. Se la propria missione è percepita come assoluta, ogni mediazione rischia di apparire come un cedimento e ogni accordo come un tradimento. Per questo motivo, la pace può risultare più difficile della guerra. La guerra rafforza infatti il racconto identitario: consolida il confine tra “noi” e “loro”, alimenta la memoria del sacrificio e conferma l’esistenza del nemico. La pace, al contrario, introduce ambiguità, costringe a riconoscere la permanenza dell’altro e richiede di convivere con differenze non eliminate.
Lo scontro che oggi attraversa Israele, Iran e Libano può essere letto anche attraverso questa lente — pur trattandosi di fronti distinti, che è bene non confondere: in Libano si combatte tra Israele e Hezbollah, sostenuto dall’Iran ma non presente sul terreno; il confronto diretto tra Israele e Iran si gioca invece su altri piani, militare, missilistico e negoziale (lo conferma la stessa bozza di memorandum, bilaterale tra Stati Uniti e Iran). Al di là di questa distinzione, e delle questioni strategiche, militari ed economiche che la attraversano, nell’insieme di questi fronti si confrontano due narrazioni identitarie fortemente radicate, entrambe inclini a interpretare la propria esistenza come minacciata dall’altra. La simmetria di cui parliamo riguarda la struttura della logica identitaria, non i numeri delle vittime, le responsabilità storiche o i rapporti di forza, che restano ineguali e vanno valutati separatamente. In un simile contesto, persino un accordo diplomatico ampio e articolato rischia di apparire insufficiente agli occhi delle componenti più radicali.
La bozza di memorandum tra Stati Uniti e Iran mostra chiaramente questo limite. Essa può ridurre le tensioni, creare incentivi economici e stabilire regole condivise, ma non può da sola sciogliere le narrazioni identitarie che alimentano il conflitto. Per questo motivo, anche qualora venisse pienamente attuata, rimarrebbe esposta a continue contestazioni e tentativi di sabotaggio.
La questione, tuttavia, non riguarda soltanto il Medio Oriente. Ogni volta che un popolo, una religione, una nazione o un gruppo umano attribuisce alla propria identità una priorità assoluta rispetto alla relazione, si crea il terreno su cui possono germogliare esclusione, conflitto e violenza.
Potremmo esprimere questa dinamica con una formula semplice:
«L’identità si attribuisce una priorità ontologica rispetto alla relazione.»
È la stessa logica che, sul piano individuale, conduce l’io a chiudersi in sé stesso; sul piano collettivo, conduce invece i gruppi umani a percepirsi come realtà autosufficienti e incompatibili.
La storia mostra però che le società più stabili e feconde non sono quelle prive di identità, ma quelle capaci di riconoscere che ogni identità nasce e si sviluppa nella relazione. Le culture si formano attraverso incontri, scambi, contaminazioni e reciproci riconoscimenti. Nessuna identità umana esiste in isolamento.
La vera alternativa alle identità assolute non è dunque la rinuncia alla propria appartenenza, ma la consapevolezza che la relazione precede ogni appartenenza e ne costituisce il fondamento. Solo quando l’altro cessa di essere una minaccia e torna a essere un interlocutore diventa possibile immaginare una pace che non sia una semplice tregua, ma una forma più matura di convivenza.
In questo senso, la sfida che emerge oggi in Medio Oriente è la stessa che attraversa molte società contemporanee: passare da identità costruite contro qualcuno a identità capaci di esistere insieme a qualcuno. È una sfida politica, culturale e, prima ancora, antropologica.
Pasquale Palumbo
Immagine generata con intelligenza artificiale (AI).