Dalla crisi climatica all’ecocentrismo
Per lungo tempo la crisi climatica è stata raccontata come una delle tante “emergenze” del nostro tempo. Un problema grave, certo, ma circoscrivibile: una questione ambientale accanto ad altre questioni, un capitolo da affidare agli esperti, un costo collaterale di un progresso altrimenti virtuoso. Oggi questa narrazione non regge più. I dati fisici, l’esperienza quotidiana e le fratture sociali che attraversano il pianeta convergono in un’evidenza sempre più difficile da eludere: non siamo di fronte a una crisi settoriale, ma a una crisi delle condizioni stesse di abitabilità della Terra.
Scioglimento accelerato dei ghiacci, destabilizzazione dei cicli idrici, siccità prolungate, eventi estremi, collasso degli ecosistemi, migrazioni forzate: tutto questo non è un elenco disordinato di disastri, ma l’espressione coerente di un sistema che ha superato i limiti entro cui la vita umana organizzata è stata possibile per millenni. Parlare di “clima” non basta più. Il nodo è la compatibilità tra l’attuale modello di sviluppo e la permanenza della vita.
A questo punto del ragionamento emerge un primo blocco concettuale, che è anche un blocco dell’immaginazione politica. Come osservava con lucidità Fredric Jameson, è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo. Questa frase, spesso citata come una provocazione, è in realtà una diagnosi spietata: il capitalismo si è imposto non solo come sistema economico dominante, ma come orizzonte ontologico, come sfondo indiscutibile di ogni possibile futuro. Possiamo immaginare catastrofi, collassi, estinzioni; facciamo molta più fatica a immaginare un mondo che non sia strutturato dalla crescita infinita, dall’accumulazione e dalla mercificazione universale.
Eppure, è proprio qui che il cammino logico diventa stringente. Se la crisi climatica è il prodotto di un sistema fondato sull’estrazione illimitata di risorse, sull’espansione continua dei consumi e sulla competizione generalizzata, allora pensare di risolverla senza mettere in discussione quel sistema equivale a una contraddizione in termini. Non si tratta di demonizzare la tecnica o il desiderio umano di migliorare le proprie condizioni di vita. Si tratta di riconoscere che un’economia orientata strutturalmente alla crescita senza limiti è incompatibile con un pianeta finito.
A questo punto, qualcuno invoca una via di fuga: l’innovazione tecnologica totale, o addirittura l’abbandono del pianeta. È qui che il pensiero di Bruno Latour diventa decisivo. Latour ha mostrato con grande chiarezza che la crisi ecologica non è un problema di luogo, ma di relazione. La Terra non è un supporto neutro da sfruttare finché funziona e da abbandonare quando si degrada. È un intreccio vivente di sistemi fisici, biologici e chimici che non può essere replicato artificialmente. L’idea di “andarsene altrove” non è una soluzione: è una fantasia di diserzione, coerente con la logica di un’élite che preferisce fuggire piuttosto che cambiare.
Se non c’è fuga possibile, allora il nodo è politico e storico. Ed è qui che l’analisi marxista dell’economia mostra tutta la sua attualità. Marx ha insegnato a leggere la storia a partire dai rapporti materiali di produzione, individuando nel capitalismo un sistema fondato sull’accumulazione, sullo sfruttamento e sulla trasformazione di tutto in merce. La natura, in questa logica, non è un soggetto né un limite: è una riserva di valore da estrarre. Non sorprende, allora, che proprio questo sistema stia producendo una crisi planetaria senza precedenti.
Ma il punto più importante è che Marx non proponeva una semplice riforma morale del capitalismo. Ne metteva in discussione le fondamenta strutturali. Ed è esattamente questo il livello a cui oggi siamo chiamati. La crisi climatica non può essere risolta con qualche correttivo verde, con una transizione cosmetica o con nuovi mercati del carbonio che riproducono la stessa logica estrattiva sotto altra forma. O si supera il capitalismo, o si accelera verso il collasso.
Questa consapevolezza non nasce solo in ambito economico o filosofico. È emersa con grande forza anche nel pensiero teologico più radicale del Novecento, in particolare nella teologia della liberazione latino-americana. Figure come Gustavo Gutiérrez e Leonardo Boff hanno compreso che un sistema che produce poveri come esito necessario non è semplicemente ingiusto: è antievangelico. L’“opzione preferenziale per i poveri” non era una scelta caritatevole, ma una lente per leggere la realtà dalla prospettiva delle vittime del sistema. Oggi quella prospettiva si è ampliata. Accanto ai poveri e agli esclusi, c’è la Terra stessa come soggetto ferito. Boff lo ha detto con chiarezza: non esiste giustizia sociale senza giustizia ecologica. E non può esistere giustizia ecologica dentro un sistema che vive di crescita infinita. L’ordine nuovo immaginato dai teologi della liberazione non prevedeva un capitalismo più umano; prevedeva la fine del capitalismo come condizione della liberazione.
È qui che il pensiero di Papa Francesco si raccorda in modo sorprendentemente coerente tanto alla critica marxista quanto alla teologia della liberazione. In Laudato si’ e Fratelli tutti, Francesco non si limita a invocare una conversione individuale. Denuncia apertamente un sistema economico che uccide, che produce scarti umani e ambientali, che sacralizza il mercato e svuota la politica. Quando parla di “male cristallizzato nelle strutture sociali ingiuste” , traduce in linguaggio teologico ciò che Marx chiamava strutture di sfruttamento.
La convergenza è profonda: entrambi rifiutano l’idea che la storia sia neutra. Entrambi leggono il mondo a partire dalle vittime. Entrambi individuano nel sistema economico il motore principale delle disuguaglianze, dei conflitti e, oggi, della devastazione ecologica. Le differenze restano e sono importanti ma non cancellano il punto comune: un’economia che distrugge la vita non può essere il destino dell’umanità.
Arriviamo così al moderno Aut-Aut che il nostro tempo ci impone. Non si tratta di scegliere tra crescita e decrescita, tra tecnologia e natura, tra progresso e ritorno al passato. La scelta è più radicale e più semplice: o continuiamo su una traiettoria che rende il pianeta sempre meno abitabile, oppure reinventiamo profondamente il modo in cui produciamo, consumiamo e viviamo. Non esiste una terza via neutrale. Non esiste un capitalismo verde capace di salvare il clima senza rinnegare sé stesso.
Dire questo non significa predicare l’apocalisse. Significa restituire peso alla responsabilità storica. Se la fine del capitalismo è pensabile, allora l’estinzione non è inevitabile. Se invece continuiamo a considerare il capitalismo come un destino naturale, allora la catastrofe diventa una profezia che si autoavvera.
Il compito che ci attende è enorme, e nessuno possiede soluzioni preconfezionate. Ma una cosa è ormai chiara: la crisi climatica ci obbliga a pensare ciò che per troppo tempo abbiamo rimosso. La fine del capitalismo non è una minaccia ideologica. È una necessità storica, ecologica ed etica.
Non per costruire un paradiso in terra, ma per evitare un inferno molto concreto. E per tornare, finalmente, ad abitare il mondo invece di consumarlo.
Pasquale Palumbo
foto di Unsplash di Jakubzerdzicki