Thiel, Palantir e la conoscenza preventiva

Thiel, Palantir e la conoscenza preventiva

Thiel, Palantir e la conoscenza preventiva

A margine del saggio di Paul Leslie su René Girard

Paul Leslie ha pubblicato su MicroMega (4/2026, «I nuovi padroni del mondo») un saggio dal titolo «Thiel, Vance e l'appropriazione indebita di René Girard» [1]. Ex allievo di Girard a Stanford, Leslie ricostruisce il percorso che lega il filosofo francese a Peter Thiel e, tramite Thiel, all'ascesa politica di J.D. Vance e a una parte della destra postliberale statunitense. La domanda che il saggio lascia aperta, più implicitamente che esplicitamente, è quella del tradimento: se cioè Thiel abbia piegato la teoria mimetica e il concetto di capro espiatorio a un uso che Girard non avrebbe riconosciuto come proprio.

In un nostro precedente articolo, Il sacerdote senza altare [2], avevamo parlato del «paradosso della lucidità»: comprendere un meccanismo non significa necessariamente esserne liberati. La conoscenza può diventare strumento. Oggi quella formulazione può essere precisata. Il problema non consiste necessariamente nell'immaginare qualcuno che conosca il meccanismo del capro espiatorio e decida deliberatamente di utilizzarlo. È sufficiente che una conoscenza molto profonda delle dinamiche umane si incontri con una concezione politica secondo la quale le minacce devono essere riconosciute prima che diventino manifeste, e le istituzioni ordinarie possono risultare troppo lente per affrontarle.

Palantir appare allora non soltanto come tecnologia della sorveglianza, ma come tecnologia della conoscenza preventiva. Il passaggio è decisivo, e segna anche lo scarto rispetto alla domanda di Leslie. Leslie chiede, in sostanza, chi abbia tradito chi: se Thiel abbia tradito Girard, se nel saggio del 2004 su Girard fosse già in nuce il cesarismo americano che Thiel avrebbe poi sostenuto. Noi chiediamo invece che cosa renda possibile un simile uso, a prescindere da chi lo compia e da quando lo abbia deciso. Quanto più un sistema pretende di riconoscere anticipatamente una minaccia, tanto più cresce la possibilità di intervenire non sulla base di ciò che una persona ha fatto, ma sulla base di ciò che una configurazione di dati suggerisce che potrebbe fare.

Il problema non riguarda più soltanto la privacy. Riguarda il potere. Chi vede? Chi classifica? Chi decide quali correlazioni costituiscano un rischio? Chi controlla chi possiede gli strumenti per vedere ciò che gli altri non vedono?

Qui rimane valida un'altra opposizione che avevamo proposto in Il sacerdote senza altare, quella tra volto e profilo. Il volto, nel senso indicato da Lévinas, resiste alla pretesa di esaurire l'altro in ciò che sappiamo di lui: è ciò che eccede sempre la somma delle informazioni raccolte, l'istanza che chiama alla responsabilità prima ancora di essere conosciuta. Il profilo tecnologico tende invece nella direzione opposta, verso una rappresentazione sempre più completa dell'individuo come insieme di informazioni utilizzabili — un volto ridotto, appunto, a dossier.

La questione che Leslie ci lascia non è dunque, a nostro avviso, se Peter Thiel abbia segretamente deciso di tradire René Girard, o se abbia nascosto fra le righe di un saggio del 2004 il manifesto di un futuro cesarismo americano. Sono ipotesi troppo impegnative per le prove disponibili.

La domanda più seria è un'altra. Che cosa accade quando la conoscenza dei meccanismi mimetici, la capacità tecnologica di osservare i comportamenti umani, la convinzione che esistano minacce non immediatamente visibili e la sfiducia verso la lentezza delle garanzie democratiche cominciano a convergere nelle stesse mani?

Per formulare questa domanda non occorre conoscere le intenzioni segrete di Peter Thiel. Basta osservare il potere che abbiamo concretamente reso possibile.

Pasquale e Carlo Palumbo

Immagine generata con intelligenza artificiale (AI).

 

 

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