Ho preso sul serio One Piece. E ho fatto bene
Nota introduttiva — Questo saggio nasce da un dialogo tra generazioni: quello con Arianna Masella, che mi ha accompagnato nella lettura di One Piece fin dai primi articoli. Lo propongo tanto a chi, come me, si avvicina a quest'opera da fuori, quanto a chi la conosce da sempre ed è aperto a vedersela raccontare con occhi diversi dai propri.
Quando ho cominciato a occuparmi di One Piece su Pax-Lab, la domanda era una sola: perché questa storia esercita un'attrazione così forte sui giovani, e in particolare sulla generazione Z?
Non ero ancora entrato davvero nell'immenso mondo creato da Eiichirō Oda. Lo osservavo dall'esterno, incuriosito soprattutto da un fenomeno sociale. La bandiera di una ciurma immaginaria di pirati era uscita dalle pagine di un manga ed era comparsa nelle piazze reali.
Nei primi articoli avevo cercato, anche attraverso il dialogo con Arianna , una spiegazione nella struttura stessa della ciurma di Luffy. Una comunità senza rigide gerarchie, costruita attraverso incontri, amicizie e riconoscimenti reciproci, mi ricordava le reti nelle quali molti giovani oggi comunicano, si aggregano e talvolta si mobilitano. Avevo utilizzato la metafora del rizoma, una forma che cresce attraverso connessioni laterali senza un unico centro dal quale tutto discende, e mi ero chiesto se questa energia orizzontale potesse trasformarsi in responsabilità senza perdere la propria libertà.
Con il terzo articolo avevo spostato lo sguardo dalla ciurma a Luffy e anche lì mi era sembrato di intravedere qualcosa di importante. Luffy non è Peter Pan perché non rifiuta di crescere. Attraversa il dolore, conosce la perdita, soprattutto con la morte di Ace, e progressivamente trasforma il proprio modo di vivere la libertà. La sua forza non consiste nel costruire sudditi ma nel creare legami. La libertà diventa libertà per qualcuno.
A quel punto restava però un problema. Stavo interpretando un'opera che conoscevo ancora troppo poco.
Ho deciso allora di prenderla sul serio.
Ho cominciato a guardare decine di episodi, dapprima con una certa impazienza, cercando di orientarmi nell'intrico quasi interminabile di personaggi, isole, combattimenti, alleanze, sconfitte e ritorni. Pensavo di dover ricostruire la grande mappa dell'universo di Oda e da ingegnere mi veniva quasi spontaneo cercare un sistema di riferimento nel quale collocare ogni elemento.
Poi lentamente ho capito che stavo cercando la cosa sbagliata.
Non erano i nomi che dovevo ricordare. Erano le domande.
Ho cominciato allora a chiedermi che cosa fosse la forza, quando proteggesse e quando dominasse, che cosa trasformasse un combattente in un oppressore, come potesse interrompersi la trasmissione dell'odio e che cosa significasse restituire a qualcuno il diritto di esistere, la memoria, la fiducia, il cibo e la speranza. Dietro queste domande ne emergeva infine una più grande che ormai accompagna tutta la mia lettura: che cosa rende umano un essere umano?
Da Marineford all'Isola degli Uomini-Pesce , da Dressrosa fino al mio ingresso nel Paese di Wano, One Piece ha cominciato così a mostrarmi qualcosa che non avevo previsto. Dietro l'esuberanza grafica, le battaglie interminabili e una comicità talvolta infantile ho cominciato a scorgere una grande esplorazione narrativa della condizione umana.
Avevo dunque preso sul serio One Piece prima ancora di conoscerlo abbastanza. La full immersion successiva non ha smentito quell'intuizione. L'ha resa molto più radicale.
Una fenomenologia del combattente
Continuando a guardare One Piece mi sono accorto che anche il combattimento, che inizialmente consideravo soprattutto il necessario carburante spettacolare di un manga d'avventura, meritava di essere preso sul serio. Oda non mi mostrava semplicemente uomini e donne che combattono. Mi mostrava modi diversi di essere combattenti.
È nata così quasi spontaneamente la mia idea di leggere One Piece come una gigantesca fenomenologia del combattente.
Non mi interessa stabilire chi sia il più forte o compilare graduatorie di potenza. Mi interessa osservare il combattente nel momento in cui entra nel conflitto e cercare di capire perché combatte, quale ferita porta con sé, quale idea abbia della propria forza, se voglia dominare oppure proteggere e quale rapporto stabilisca con l'avversario e con la possibilità della propria morte.
Il combattimento rimane naturalmente violenza e non vorrei che questa lettura ne producesse una nobilitazione indiscriminata. Al contrario, proprio la varietà dei combattenti messi in scena da Oda mi permette di interrogare la violenza dall'interno, osservandone motivazioni, degenerazioni, limiti e forse anche qualche possibilità di superamento.
Ai due estremi provo a collocare due figure ideali. Da una parte vedo il combattente che mette la propria forza al servizio di se stesso e combatte per denaro, prestigio, possesso, vendetta o dominio. Dall'altra vedo chi accetta di esporsi personalmente perché qualcun altro possa vivere, essere libero o sottrarsi all'oppressione. Tra questi due estremi provo a leggere l'intera umanità combattente che Oda mi mette davanti, contraddittoria, mutevole e spesso difficilmente classificabile.
È a questo punto che molti personaggi hanno cominciato ai miei occhi a perdere la loro apparente casualità.
Doflamingo rappresenta forse nella forma più limpida la forza come dominio. La sua concezione del mondo mi appare terribilmente coerente perché chi possiede la forza stabilisce le regole e finisce persino per decidere che cosa debba essere considerato giusto. Il potere non riconosce relazioni tra persone ma rapporti tra chi comanda e chi viene comandato. Mi sembra tutt'altro che casuale che il suo stesso potere consista nel manovrare fili e che gli esseri umani possano diventare letteralmente marionette.
Don Chinjao mi ha mostrato un'altra forma del combattente. La sua forza è rimasta imprigionata nel rancore e un'umiliazione subita molti anni prima continua a determinare il presente. Il nemico non è più soltanto colui che gli sta davanti ma un passato dal quale non riesce a liberarsi. Lo scontro con Luffy assume allora per me un significato inatteso perché spezza quella continuità del risentimento e gli permette finalmente di uscire dalla propria prigione.
Rebecca introduce una contraddizione ancora diversa. È una combattente che non vuole diventare violenta, costretta a vivere dentro un sistema fondato sulla violenza senza accettarne completamente la logica. Attraverso di lei ho incontrato una delle domande che più mi interessano, quella sulla possibilità di attraversare il conflitto senza diventare simili a ciò contro cui si combatte.
Non lontano da questa domanda si colloca Ace , che mi conduce ancora più vicino al limite. In lui vedo una forza inseparabile dalla fraternità, dalla fedeltà e infine dal sacrificio. Nel momento decisivo il problema non è più vincere ma stabilire per che cosa si sia disposti a morire. La morte cessa allora di essere soltanto la sconfitta biologica del combattente e diventa il punto nel quale mi sembra rivelarsi ciò a cui egli attribuisce il massimo valore.
E poi c'è Luffy.
È osservando lui che questa fenomenologia ha cominciato a mostrarmi il proprio centro. Luffy ama combattere, possiede un'enorme volontà di diventare più forte e certamente non è un teorico della nonviolenza. Sarebbe arbitrario trasformarlo in qualcosa che non è. Eppure nella sua forza riconosco una caratteristica ricorrente, perché raramente tende al possesso dell'altro.
Luffy non vuole governare i popoli che libera, non conquista Dressrosa dopo aver sconfitto Doflamingo e non pretende obbedienza dalle persone che salva. Persino le alleanze che nascono intorno a lui conservano qualcosa di volontario, disordinato e irriducibile al comando. La sua forza mi sembra tendere piuttosto ad aprire uno spazio nel quale gli altri possano tornare ad agire.
Questa distinzione è diventata progressivamente decisiva nella mia lettura. Vedo una forza che restringe il mondo degli altri e una forza che lo allarga. La prima domina, controlla, umilia e riduce le possibilità mentre la seconda protegge, scioglie legami imposti e restituisce possibilità.
Rimane una contraddizione che non voglio nascondere. Anche la forza liberatrice di Luffy passa attraverso pugni, scontri e distruzione. One Piece non risolve il problema della violenza e forse non pretende nemmeno di farlo. Proprio per questo continua ad accompagnarmi una domanda che supera abbondantemente i confini del manga. Mi chiedo se sia possibile combattere l'ingiustizia senza assumere la logica dell'avversario. Fino a che punto, cioè, si possa tendere verso un conflitto privo di violenza.
Dressrosa, quando il potere cancella le relazioni
È soprattutto con Dressrosa che questa chiave di lettura ha cominciato a funzionare.
Nel regno di Doflamingo ho trovato un esperimento politico terribile nel quale il dominio non consiste soltanto nell'esercizio della violenza. Gli uomini vengono trasformati in giocattoli e nello stesso momento vengono cancellati dalla memoria delle persone che li amavano.
Questa intuizione mi ha inquietato perché non basta eliminare qualcuno dalla vita sociale. Si può arrivare a eliminare persino il ricordo della relazione che lo legava agli altri.
La fabbrica dei giocattoli ha assunto allora ai miei occhi un significato che andava molto oltre la trovata fantastica. Quegli esseri continuano a sentire, ricordare, soffrire e amare mentre le persone dalle quali sono stati separati non sanno più nemmeno che siano esistiti. La loro condizione mi ha ricordato la cibernetica sofferente di Blade Runner, esseri collocati sulla soglia dell'umano che soffrono anche perché desiderano essere riconosciuti.
Ho finito per vedere la liberazione di Dressrosa come qualcosa di più profondo della caduta di un tiranno. Ritornano le relazioni. Chi era stato dimenticato viene ricordato, chi era stato trasformato torna persona e le famiglie possono riconoscersi nuovamente. Il potere aveva spezzato i legami e la sua caduta permette di ricostruirli.
Wano, per chi vale la pena combattere?
Con Wano mi sembra che la questione si approfondisca ulteriormente. Incontro con maggiore evidenza il pensiero della morte, l'onore, il sacrificio, la tradizione del samurai, la cultura giapponese, la fame di un popolo oppresso e la costruzione di una grande alleanza.
Persino l'ingresso nel Paese mi è apparso carico di simboli. Le carpe che risalgono impetuosamente la cascata richiamano l'antica leggenda orientale della carpa capace di superare la Porta del Drago e trasformarsi essa stessa in drago. Ho guardato allora il viaggio verso Wano anche come un passaggio attraverso una tradizione simbolica che Oda conosce e reinventa.
Il sakè, le geishe, i samurai, il seppuku, gli strumenti musicali, le architetture e i paesaggi hanno smesso di sembrarmi una semplice scenografia esotica. Ho avuto piuttosto l'impressione che il Giappone stesse entrando nella struttura stessa del racconto.
Ed è proprio all'inizio di Wano che ho incontrato O-Tama , una bambina rimasta senza genitori che conosce la fame, ha incontrato Ace e continua a custodirne la promessa.
O-Tama mi ha costretto a capovolgere la prospettiva. Se continuo a osservare soltanto i combattenti rischio infatti di dimenticare la domanda fondamentale: per chi si combatte?
La bambina offre agli altri persino quel poco che possiede e la sua fragilità restituisce improvvisamente una misura concreta a tutto il fragore delle battaglie. Sono arrivato a pensare che la liberazione di Wano non possa essere misurata soltanto dal numero dei nemici abbattuti ma anche dalla possibilità che una bambina possa finalmente mangiare senza paura.
Arianna, che mi accompagna in questa esplorazione di One Piece e spesso mi impedisce di smarrirmi nel suo labirinto, me lo aveva anticipato con una frase semplicissima: «Luffy vuole un mondo dove tutti possano mangiare.»
Solo incontrando O-Tama ho cominciato a comprenderne davvero il significato.
Il potere concentra, Luffy collega
Un altro elemento è diventato progressivamente evidente ai miei occhi. Luffy raramente agisce da solo perché incontra persone separate, sconfitte, impaurite e talvolta perfino nemiche tra loro e riesce a creare legami.
A Dressrosa avevo già osservato questo processo mentre a Wano mi sembra assumere dimensioni ancora maggiori. L'alleanza tra Luffy e Trafalgar Law, nata nel percorso che conduce alla caduta di Doflamingo, si inserisce progressivamente in una rete molto più vasta di combattenti, samurai, pirati e popolazioni oppresse.
Sono arrivato così a riassumere il confronto con molti dei suoi avversari in una formula molto semplice: il potere concentra, Luffy collega.
Doflamingo costruisce una piramide mentre Luffy costruisce una rete. Il primo rende gli uomini dipendenti dalla propria volontà, il secondo sembra renderli nuovamente capaci di agire.
Qui ho ritrovato con una certa sorpresa l'intuizione dalla quale erano partiti i primi articoli di Pax-Lab sulla struttura rizomatica della ciurma. Dopo tanti episodi quella prima ipotesi, invece di indebolirsi, mi sembra aver acquistato maggiore consistenza.
Dentro la miniera
Non so se Oda avesse già in mente fin dall'inizio l'intera architettura dell'opera e immagino che molte idee siano maturate nel corso degli anni. Ma proprio questo rende per me straordinario One Piece perché, invece di ripetersi, sembra acquistare una profondità crescente.
Sono sempre più curioso di proseguire e ho l'impressione che Dressrosa e Wano rappresentino un salto di qualità. Non aumenta soltanto il numero dei personaggi o la complessità della trama ma soprattutto la profondità delle domande che il racconto mi suggerisce. Memoria, dominio, fame, morte, tradizione, libertà, fiducia e alleanze affiorano continuamente e ogni personaggio sembra custodire una domanda sull'uomo.
Ho l'impressione che Oda, continuando a scavare nella propria mente, abbia raggiunto strati sempre più profondi. Lo immagino come un minatore che dopo anni di lavoro incontra vene sempre più ricche di minerali preziosi.
Forse è anche questo uno dei motivi per cui One Piece continua ad affascinare tanti ragazzi. Non credo dipenda soltanto dall'incessante comparsa di nuovi personaggi. Ogni nuova saga mi sembra aprire una prospettiva più ampia sulla condizione umana.
Arrivato a Wano non provo più soltanto il desiderio di sapere come andrà a finire la storia. Cerco di scoprire quali altre domande Oda riuscirà a propormi.
A poco a poco ho smesso di osservare lo scavo dall'esterno e mi sono sentito ingaggiato nella ricerca. Sono entrato nella miniera e ogni galleria percorsa, invece di condurmi verso un'uscita definitiva, mi ha fatto incontrare un filone nuovo che a sua volta si è ramificato in altri. Credo che accada così con le grandi opere. Più le esploro più mi accorgo di non averne ancora raggiunto il centro.
E le forme della liberazione?
Un secondo filone sta cominciando ad affiorare nella mia lettura ed è quello delle forme della liberazione. Ne ho già intravisto alcuni frammenti in Robin e nel diritto di vivere, in Chinjao e nella liberazione dal rancore, in Dressrosa e nella restituzione della memoria, in O-Tama e nella speranza di una vita liberata dalla fame.
Ma preferisco fermarmi qui.
Ho imparato che con Oda conviene diffidare delle conclusioni premature.
Mi aspetta ancora gran parte di Wano e poi arriverà Egghead, dove Vegapunk, il Governo Mondiale, la conoscenza proibita e la memoria della storia sembrano destinati a propormi domande ancora diverse. Forse dovrò chiedermi se si possa essere liberi senza conoscere la verità, se chi controlla la memoria controlli anche il futuro, se la conoscenza sia necessariamente liberatrice e quando la tecnica, invece di servire l'uomo, possa diventare uno strumento del potere.
Per ora sono soltanto domande e voglio lasciarle tali.
Quando ho cominciato questo viaggio volevo capire perché tanti giovani fossero magneticamente attratti da One Piece. Adesso la situazione si è curiosamente rovesciata.
Sono entrato anch'io nella miniera e voglio continuare a scavare.
Pasquale Palumbo
Immagine generata con intelligenza artificiale (AI).