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Buonasera, siamo terrestri!

Buonasera, siamo terrestri! È piuttosto singolare che questa frase, “siamo terrestri”, che abbiamo appena ascoltato cantata nell’inno [l’inno della Repubblica dei Terrestri fondata in quei giorni, NdR], ci sorprenda. Essere terrestri dovrebbe suonare come un’evidenza. Quello di cui discutiamo questa sera, in questo palazzo un po’ strano, con la tempesta là fuori, il vento, il Vesuvio alle nostre spalle è – riprendendo la domanda di Carla [Carla Benedetti, intervenuta prima di Latour, NdR] – come è possibile che il terrestre ci sorprenda? E, d’altra parte, dire “siamo terrestri” che cosa cambia?


Non è la prima volta che una civiltà, e in particolare una civiltà italiana, si trova a fare i conti con la novità di una Terra che di colpo inizia a muoversi, a tremare, modificando l’ordine scientifico e l’ordine sociale. Ricordate tutti Galileo, la sua rivoluzione scientifica. La scoperta che il pianeta gira intorno al sole poneva allora la stessa domanda che Carla ha appena posto: come correggere la nostra religione, la nostra morale, la nostra estetica, la nostra economia, la nostra scienza, in seguito a quella nuova scoperta – che è simile a quella che stiamo facendo noi oggi, quando ci accorgiamo di stare su di un pianeta e di essere terrestri.
La Terra che oggi ha iniziato a muoversi e a tremare non è più la Terra astronomica – il pianeta galileiano – ma una Terra la cui definizione è complessa. Siamo abituati a pensare la Terra planetaria, quella che gira intorno al sole; ma questa Terra, quella su cui oggi ci accorgiamo di stare in quanto terresti, quella su cui atterriamo, ci sorprende ancor più di quanto non sorprese nel XVII secolo la scoperta della Terra astronomica. La Terra sui cui noi oggi atterriamo ha in effetti una complessità molto più grande e perturba la nostra società molto di più della Terra planetaria al tempo della rivoluzione copernicana.
Molte sono le ragioni di questa complessità e, di conseguenza, delle difficoltà che la nostra società incontra nel fare i conti con questa nuova rivoluzione planetaria. Parlerò ora di due tipi di ragioni: una di carattere scientifico, l’altra di carattere morale e economico.  
La prima ragione, di carattere scientifico, è appunto che quando diciamo “Terra” non parliamo del globo astronomico, ma di quella che alcuni scienziati chiamano, a ragione, la “zona critica”: cioè una minuscola superficie di qualche chilometro di spessore, qualcosa che assomiglia piuttosto a una pellicola, a un biofilm, a uno strato di vernice, in confronto alla grandezza del globo terrestre. Questa Terra, quella di cui qui si tratta, e che ora si muove sotto i nostri piedi a causa delle nostre azioni, non è l’insieme della natura, né l’insieme del cosmo, ma proprio questa piccola zona critica.
La seconda ragione scientifica – e Carla vi ha fatto allusione poco fa – è che su questa sottile pellicola, su questa zona critica, l’ampiezza dell’attività umana è proporzionalmente molto più grande. Comparata all’universo infinito l’azione umana non è niente, ma comparata a questa zona critica, l’azione umana e economica globale è enorme. Carla ha usato la parola Antropocene. Uno studio recente ha cercato di quantificare il peso della biosfera rispetto a quello della tecnosfera: ha pesato l’insieme delle costruzioni e delle trasformazioni tecniche dell’infrastruttura umana e ha pesato l’insieme della biosfera, tutti i viventi compresi. E oramai, da due anni, la tecnosfera è più pesante della biosfera.
La terza ragione scientifica, che spiega la nostra difficoltà a reagire a queste trasformazioni – ed è quella più importante – è che non abbiamo più a che fare con organismi in un ambiente, con corpi umani e animali all’interno di un quadro naturale materiale. Come ci mostra una scoperta geochimica, o più esattamente bio-geochimica, che è stata fatta, l’aria che respiriamo, l’ossigeno, l’acqua che vediamo cadere oggi a Napoli, le rocce del Vesuvio, i sedimenti rocciosi, non sono il paesaggio, non sono il quadro all’interno del quale si muovono i viventi. Sono invece i viventi stessi che mantengono e tengono insieme il quadro, e che non esisterebbe senza di essi. Senza i viventi, il pianeta Terra sarebbe come Marte o Venere.
Dunque, essere terrestri, non ha rapporto con l’ecologia: non ha a che fare con il mio rapporto con la natura o con il mio interesse per la natura. È invece la ridefinizione di cosa significa condividere con tutti i terrestri (e la parola “terrestri” non indica solo gli umani ma anche i batteri, gli animali, le piante) questo essere qui, collettivamente, involontariamente, a tenere assieme il quadro in cui si situa l’uomo. Conoscete tutti i termitai. Come le termiti mantengono i termitai, che senza di loro non esiterebbero, così i terrestri mantengono l’aria che respiriamo, trattengono i gas nell’atmosfera, l’eccedenza di ossigeno e il poco di CO2, la temperatura, il PH. Tutto questo è tenuto insieme, collettivamente, dai viventi: dall’attività dei miliardi di termiti che consentono questa esistenza. Ciò non vuol dire che la Terra sia vivente. Vuol dire che tutto quello di cui abbiamo esperienza nella zona critica non è che l’azione dei viventi, con cui condividiamo ciò che gli scienziati chiamano le condizioni d’abitabilità. La Terra è abitabile grazie all’azione dei viventi stessi.
Queste che ho elencato sono alcune delle ragioni scientifiche che alcuni scienziati pongono sotto il nome di “ipotesi Gaia”. Ma, sfortunatamente, a spiegare la nostra indifferenza a ciò che sta accadendo, ci sono anche delle ragioni morali, economiche e politiche – e che sono molto più gravi. C’è un divario tra la rappresentazione che ci facciamo della nostra realtà economica quotidiana e la realtà fisica, cosmica, del terrestre. E c’è un divario ancora più grande tra quella rappresentazione e la situazione in cui ci troviamo oggi.
Questo spiega perché “siamo terrestri” ci appaia un’espressione così nuova. Perché in effetti noi – noi moderni, noi i Paesi sviluppati, noi i ricchi – ci accorgiamo oggi di vivere in due mondi che sono del tutto scollegati: uno è il mondo in cui si vive e l’altro è il mondo di cui si vive. Da un lato c’è il mondo in cui si vive, quello che conosciamo, dove si ha la libertà, il diritto, un territorio ben noto, l’Italia per esempio, un governo – non sempre il miglior governo, ma pur sempre un governo. Ma c’è anche quell’altro mondo, più sconosciuto, che è il territorio di cui viviamo e che un celebre storico dell’economia ha chiamato il “territorio fantasma”. Questi territori fantasma sono sia nello spazio – noi europei lo conosciamo molto bene, ad esempio le colonie – sia nel passato, quelli da cui ricaviamo il carbone, il petrolio, i miliardi di tonnellate d’energia che succhiamo. La crisi multiforme in cui ci troviamo oggi, e che chiamo dell’atterraggio, mette in campo tutto il mondo in cui viviamo, con le sue libertà eccetera, e il mondo di cui viviamo, che è meno facile da conoscere, e che non ha istituzioni che lo rappresentino, né l’istituzione politica né il diritto. Questi due mondi stanno oggi precipitando l’uno sull’altro. E questa crasi ha due indicatori, che conoscerete senz’altro: uno è il numero di Terre necessarie per vivere all’americana: ne occorrerebbero cinque per rendere possibile a tutti un tenore di vita pari a quello del nord America, tre e mezzo per vivere come in Italia. L’altro indicatore è il giorno in cui l’economia di un Paese supera le capacità di rigenerazione del pianeta: nel caso dell’America è all’inizio marzo, nel caso della Francia è a fine marzo – non ricordo quando cade per l’Italia.
Il problema a questo punto diviene politico. Tutti avvertono questo divario, tutti registrano questa crisi di un pianeta che precipita sull’altro. Un altro indicatore – divenuto molto importante in Europa, ce lo fornisce altrettanto bene la questione dei migranti: l’altro mondo che viene nel nostro mondo. E poi c’è, evidentemente, l’insieme di tutte le catastrofi climatiche che conosciamo: non parlo di quella di Venezia (là dove nel novembre 2019 l’acqua alta ha raggiunto i 187 cm sul livello medio del mare), ma di tutte quelle che registriamo, giorno dopo giorno. Senza contare quella di cui ha parlato Carla, di essere noi stessi gli agenti della sesta estinzione di massa. Dunque siamo tutti a rischio. E registriamo sempre più la necessità di far coincidere quello che Dipesh Chakrabarty chiama Il “planetario” con il globale. Chakrabarty descrive un dramma che è il nostro dramma: come far rientrare il globale nel planetario, cioè, per riprendere l’immagine di prima, come far rientrare in un pianeta solo i cinque pianeti di cui abbiamo bisogno per svilupparci, come far coincidere con il 31 dicembre un’economia che si ferma i primi di marzo. Come far collimare queste unità metriche così disparate.
Dunque, per finire, e così rispondere alla domanda di Carla, cos’è che fa ostacolo a un’azione adeguata al rischio che corriamo? C’è una ragione scientifica, cioè non sappiamo bene dove siamo, perché la forma stessa e la consistenza della zona critica è mal conosciuta e non ne abbiamo consapevolezza. E c’è una ragione politica, cioè viviamo in due mondi che sono completamente disgiunti, al punto che il loro incrociarsi ci precipita nel panico. Non so se l’espressione esiste anche in italiano, ma in francese si dice: “io e te non viviamo sullo stesso pianeta”. Ebbene, il presidente degli Stati Uniti non vive sullo stesso pianeta su cui vive Bruno Latour. Il governo inglese vive su un altro pianeta. Gli scienziati vivono su più pianeti. Quelli che vogliono andare su Marte vivono in un altro pianeta. E dunque lo stato delle speranze politiche è assai incerto. La ragione di questa assenza di azioni adeguate è che non viviamo tutti sullo stesso pianeta.
Vorrei infine aggiungere una cosa: come far fronte a questa situazione? Tornando alla rivoluzione scientifica del XVII secolo, l’irruzione del pianeta galileiano produsse allora tutta una serie di cambiamenti: nella musica, nel teatro, nelle arti plastiche, nella teologia, nel diritto, nelle scienze e nell’economia. Anche la rivoluzione che si prepara oggi, e a cui anche noi dovremo far fronte, porterà sconvolgimenti altrettanto grandi nelle arti, nel diritto, nell’economia, nelle scienze, nella musica, nel teatro… Solo che saranno su di una scala che non ha l’equivalente nel passato. Questa volta non ci sono termini di paragone con la situazione attuale. Carla l’ha ricordato nella sua presentazione. La civiltà si è sviluppata nell’Olocene, come dicono i geologi. E in questi milioni di anni il clima e le condizioni planetarie hanno subito certamente delle variazioni, ma si trattava di trasformazioni minuscole in rapporto a quelle che si prospettano oggi. Si parla di un aumento della temperatura di 3 gradi, di 4 gradi, addirittura di 8. Siamo di fronte a una esperienza unica, nuova, e molto strana. Il carattere unico, nuovo, di questa situazione spiega in larga parte perché siamo smarriti. Ed è vero, noi siamo del tutto smarriti.

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