La guerra non è l'uomo
Dire che la guerra è connaturata all'uomo sembra un'affermazione di buon senso. Basta aprire un libro di storia. Guerre di conquista, guerre civili, guerre di religione, guerre coloniali, guerre mondiali. E poi massacri, persecuzioni, genocidi. Non occorre neppure guardare molto indietro. Il nostro presente offre materiale più che sufficiente a chi voglia sostenere che, sotto la sottile crosta della civiltà, l'uomo rimane quello di sempre, pronto a uccidere quando paura, interesse, obbedienza o desiderio di dominio gliene offrano l'occasione.
I fatti sono difficili da contestare. È la conclusione che non è altrettanto inevitabile.
Che l'uomo abbia sempre fatto la guerra non dimostra che la guerra appartenga alla sua essenza. Dimostra che l'uomo è capace di farla. Il passaggio dall'una all'altra affermazione sembra piccolo, ma è enorme. Trasforma una constatazione storica in una sentenza sull'uomo.
È utile partire da una distinzione elementare. Una cosa è ciò che siamo, un'altra sono le condizioni nelle quali siamo costretti a esistere. Nasciamo dentro un mondo che non abbiamo scelto, sottoposto alla necessità, alla scarsità, alla malattia, alla morte. Abbiamo bisogno di risorse per vivere e possiamo entrare in competizione per ottenerle. Abbiamo paura e cerchiamo sicurezza. Formiamo gruppi che ci proteggono e proprio per questo possono insegnarci a diffidare degli altri gruppi. Costruiamo istituzioni per difenderci dalla violenza e quelle stesse istituzioni possono accumulare una potenza di violenza incomparabilmente superiore a quella dei singoli.
Il male appartiene dunque alla realtà. Non serve espellerlo con qualche consolante artificio filosofico. Se l'Essere comprende tutto ciò che è, anche il male, in quanto reale, non può essere collocato magicamente fuori dall'Essere.
Ma da questo non segue che il male sia l'essenza dell'uomo.
È qui che può soccorrerci un racconto antichissimo.
Un uomo vive fra i sepolcri. È devastato, violento, incontrollabile. Gli altri cercano di immobilizzarlo con le catene e lui le spezza. Quando gli viene chiesto il nome, la risposta è terribile: «Legione». Non parla più un uomo, sembra parlare attraverso di lui una moltitudine.
Poi avviene qualcosa di sorprendente. I demoni escono dall'uomo ed entrano nei porci. La mandria precipita nel lago. E poco dopo la gente ritrova quell'uomo seduto, vestito e sano di mente.
Al di là della fede religiosa con cui si può leggere il racconto, l'immagine conserva una straordinaria potenza antropologica.
Il male era nell'uomo. Ma il male non era l'uomo.
Usciti i demoni, l'uomo rimane.
Anzi, riappare.
Forse dovremmo conservare questa distinzione quando guardiamo alla guerra. Anche la guerra può diventare una Legione. Paura, vendetta, interesse, nazionalismo, obbedienza, propaganda, desiderio di potenza possono entrare nell'uomo e parlare attraverso di lui. Possono diventare strutture politiche, economie, industrie, eserciti, ideologie. Possono perfino riuscire a far apparire ragionevole ciò che, fuori da quelle condizioni, ci sembrerebbe mostruoso.
Tutto questo è reale. Sarebbe irresponsabile negarlo.
Ma dire che questa realtà costituisce la natura ultima dell'uomo significa compiere un salto che nessuna esperienza può dimostrare.
Qui incontriamo un limite della logica. Possiamo formulare tre affermazioni molto semplici: l'Essere comprende tutto ciò che è. Il male è reale. Il male non costituisce l'essenza dell'uomo.
Se pretendiamo di eliminare rapidamente la tensione fra queste proposizioni, rischiamo uno stallo. Possiamo allora scegliere la soluzione più facile: se il male esiste da sempre, deve appartenere necessariamente all'uomo. La guerra diventa così naturale quanto la fame e la morte.
Ma possiamo anche fare qualcosa di più difficile: sopportare la contraddizione senza falsificarla.
Non tutto ciò che è reale esaurisce la verità di ciò che esiste.
È una distinzione sottile ma decisiva. La verità dei fatti deve essere rispettata fino in fondo. L'uomo ha costruito Auschwitz. Ha sganciato la bomba su Hiroshima. Ha organizzato i gulag. Ha massacrato popolazioni civili. Continua a bombardare città e a mandare giovani a uccidere altri giovani che non hanno mai incontrato. Tutto questo appartiene alla verità della nostra storia.
Ma da questa immensa quantità di prove non discende logicamente che l'uomo sia questo.
La storia può dirci ciò che l'uomo ha fatto. Non può pronunciare da sola la sentenza definitiva su ciò che l'uomo è e, soprattutto, su ciò che può diventare.
Qui si apre uno spazio che non è più quello della dimostrazione empirica. Potremmo chiamarlo semplicemente speranza. Non l'ottimismo di chi crede che gli uomini siano naturalmente buoni. La storia rende difficile una simile ingenuità. È qualcosa di molto più modesto e, proprio per questo, più resistente: il rifiuto di concedere al male osservato il diritto di definire integralmente l'uomo.
È il minimo irriducibile della speranza.
Questa distinzione ha conseguenze politiche molto concrete. Se la guerra è connaturata all'uomo, lavorare per eliminarla diventa sostanzialmente inutile. Possiamo soltanto contenerla, prepararci meglio degli altri, accumulare armi sufficienti a scoraggiarli e sperare che la paura reciproca mantenga un equilibrio sempre precario. La politica internazionale diventa amministrazione permanente della minaccia.
Se invece la guerra appartiene alle possibilità dell'uomo ma non necessariamente alla sua essenza, allora diventano decisive le condizioni che rendono alcune possibilità più probabili di altre.
Contano le istituzioni e l'educazione, la distribuzione delle risorse e le disuguaglianze che essa genera. Conta il diritto internazionale, quando è rispettato. Contano le industrie degli armamenti e le parole con cui costruiamo il nemico. Contano, soprattutto, perché la guerra non scaturisce da un gene immutabile dell'aggressività: ha bisogno di condizioni, organizzazioni, interessi, paure, narrazioni e decisioni.
Questo non garantisce la pace.
Ed è forse il punto più importante. Rifiutare l'idea che la guerra sia connaturata all'uomo non significa affermare che la pace sia connaturata all'uomo. Né la guerra né la pace ci sono garantite.
La pace è una possibilità fragile che deve essere continuamente costruita dentro condizioni che possono invece favorire la violenza.
Per questo il lavoro per la pace non nasce dalla certezza che l'uomo sia buono. Nasce da qualcosa di più esigente: dalla convinzione che l'uomo non coincida definitivamente con i propri demoni.
L'indemoniato viveva tra i sepolcri. Spezzava le catene. Faceva paura. Tutto ciò che gli altri vedevano autorizzava a identificarlo con la sua violenza.
Eppure, quando la Legione se ne andò, l'uomo era ancora lì.
Forse è da questa immagine che dovremmo ripartire ogni volta che qualcuno ci dice che la guerra è semplicemente la natura umana.
La guerra è terribilmente umana.
Ma la guerra non è l'uomo.
Pasquale Palumbo
Immagine generata con intelligenza artificiale (AI).