La nuova National Security Strategy (NSS) dell’amministrazione Trump è un documento chiaro nelle sue intenzioni: ridefinire la sicurezza nazionale riportandola interamente entro i confini della sovranità statunitense, rafforzare la capacità militare e tecnologica, riorganizzare le alleanze secondo criteri di reciprocità economica e deterrenza, e archiviare definitivamente l’impostazione multilaterale che ha guidato decenni di politica internazionale. Proprio questa chiarezza consente di valutarne l’impianto senza ricorrere a interpretazioni estensive: molte scelte strategiche qui proposte risultano difficilmente conciliabili con una visione della pace e della giustizia ecologica come quelle coltivate nel nostro Laboratorio dei Costruttori di Pace.
Il primo elemento che emerge è la centralità assoluta attribuita alla sovranità. Nel documento, la cooperazione internazionale è ammessa solo se funzionale a interessi diretti degli Stati Uniti; istituzioni multilaterali e organismi transnazionali vengono descritti come realtà potenzialmente intrusive, capaci di limitare l’autonomia decisionale nazionale. È una lettura che ignora un dato ormai strutturale: molte delle sfide contemporanee – dalla crisi climatica alle migrazioni, dalla sicurezza sanitaria alla stabilità finanziaria – non possono essere governate in modo efficace da un singolo Stato, per quanto potente. L’idea che ogni Paese debba operare secondo una logica esclusivamente sovrana non tiene conto della natura interdipendente del mondo attuale.
Il secondo punto riguarda il clima. La NSS rifiuta esplicitamente le politiche di decarbonizzazione e gli obiettivi Net Zero, definiti come costi insostenibili o come ideologie fuorvianti. È una presa di posizione che collide con l’evidenza scientifica, con gli impegni discussi e assunti nelle sedi internazionali e con il principio – che per il Laboratorio è fondativo – secondo cui la sicurezza ecologica è parte integrante della sicurezza umana. Una strategia che rimette al centro la produzione fossile senza citare gli impatti climatici, né le conseguenze sociali e geopolitiche già osservabili, offre un’idea di stabilità che non contempla il fattore di rischio più significativo del nostro secolo.
Un terzo elemento distintivo è la ricentralizzazione della deterrenza militare. La sicurezza, nella NSS, è definita quasi esclusivamente come dominio economico, tecnologico e militare. Viene prospettato un ampliamento del deterrente nucleare, lo sviluppo di sistemi di difesa avanzati e una forte pressione sugli alleati affinché aumentino drasticamente la spesa militare. Questa prospettiva non considera i processi – ben documentati – attraverso cui l’aumento della militarizzazione tende ad alimentare spirali di diffidenza e contro-riarmo, soprattutto in regioni a equilibrio delicato. La riduzione della violenza armata, cardine del nostro approccio, richiede invece di distinguere tra difesa strutturale e incremento di capacità offensive, e di investire con continuità nella diplomazia preventiva e nel rafforzamento della società civile.
Il quarto nodo riguarda la visione complessiva dell’ordine globale. Il documento ripropone una mappa del mondo organizzata in sfere d’influenza: l’emisfero occidentale come area sotto leadership americana, l’Asia come fronte principale della competizione con la Cina, l’Europa come spazio in cui contrastare declino economico e frammentazione politica. È un modello geopolitico di tipo competitivo, in cui la priorità è impedire che altre potenze raggiungano posizioni dominanti. Ciò che manca è una riflessione sulle condizioni che generano stabilità condivisa: cooperazione economica regolata, istituzioni comuni, governance multilivello, gestione collettiva delle risorse critiche. Senza questi elementi, l’alternativa finisce per essere un ritorno alla logica dei blocchi.
Un quinto elemento di criticità riguarda la migrazione. Nella NSS, l’immigrazione è trattata quasi esclusivamente come vettore di instabilità e rischio. L’affermazione che “l’era della migrazione di massa è finita” non tiene conto del ruolo svolto da crisi climatiche, conflitti armati, collassi economici e trasformazioni demografiche. Ridurre la mobilità umana a questione di controllo dei confini impedisce di cogliere le dinamiche profonde che la generano. Il Laboratorio adotta invece una prospettiva che considera la migrazione come fenomeno complesso, che richiede politiche di inclusione, cooperazione internazionale e interventi sulle cause strutturali.
Sesto punto: le cause dei conflitti. Nel documento non troviamo analisi sui fattori economici, ambientali o sociali che alimentano instabilità e guerra. La pace è presentata come risultato di accordi negoziati, sostegno militare selettivo o pressione diplomatica, non come costruzione di condizioni durature di giustizia, equità e resilienza. Questo approccio riduce la pace a esito diplomatico e ignora il campo più ampio della prevenzione, che include governance inclusiva, lotta alle disuguaglianze, riduzione delle vulnerabilità climatiche.
Settimo tema: la ridefinizione delle alleanze. La richiesta agli alleati di aumentare la spesa militare al 5% del PIL e il legame esplicito tra collaborazione e vantaggi economici segnano una trasformazione delle relazioni internazionali in chiave transazionale. Le alleanze diventano relazioni di scambio, non più comunità politiche basate su valori e responsabilità condivise. Per il Laboratorio, la cooperazione funziona quando si basa su fiducia, reciprocità e obiettivi comuni, non su contratti condizionati.
Infine, l’ottavo punto: l’assenza di una prospettiva intergenerazionale. Nel documento non compare mai un riferimento al lungo periodo. Il criterio delle generazioni future, fondamentale nelle riflessioni su clima, pace e sostenibilità, non è considerato. La strategia giudica le scelte sulla base dell’interesse immediato nazionale, senza valutare l’impatto ambientale, sociale e geopolitico accumulato nel tempo.
La NSS 2025 è una strategia coerente nella sua impostazione, ma lo è entro una visione del mondo che prescinde dai fattori ecologici, dai legami transnazionali, dalle dinamiche culturali e dalle responsabilità intergenerazionali. È proprio in questi punti che essa diverge profondamente dal nostro Manifesto. Cogliamo quindi questa occasione per riproporre una idea alternativa di sicurezza che non si limiti a difendere, ma che sappia anche comprendere, prevenire e trasformare.
Pasquale Palumbo
foto di iStrfry Marcus da Usplash