Il mondo dopo due guerre mondiali e decenni di sforzi mirati a garantire almeno il divieto formale della guerra come strumento politico, rischia oggi di essere rimesso in discussione da una minoranza esigua di potenze.
Meno di dieci governi, su centonovantatré membri delle Nazioni Unite, pensano di potersi arrogare il diritto di sospendere regole che sono state la conquista più faticosa e al tempo stesso più fragile della comunità internazionale. È una scelta che riporta l’orologio della storia indietro di un secolo, quando la forza armata decideva ciò che era giusto e l’umanità era abituata a confondere la potenza con il diritto. Non si tratta solo di intenzioni vaghe. I numeri parlano con una chiarezza disarmante mettendo in evidenza una enorme sproporzione tra la spesa che la comunità internazionale investe nella costruzione della pace e quella che destina agli armamenti. È uno squilibrio che non si spiega solo con le necessità di difesa, ma con l’enorme potere del complesso militare-industriale e con la scelta politica di molti governi di identificare la sicurezza con la superiorità bellica. In questo contesto, l’uscita di cinque paesi europei dal Trattato di Ottawa sulle mine antipersona e la mancata adesione di Stati Uniti, Russia, Cina, India, Pakistan e Israele sia alla Convenzione di Ottawa sia a quella di Oslo sulle bombe a grappolo, ci mostrano con chiarezza chi siano gli indiziati principali di questa regressione. Sono potenze che non accettano limiti al proprio arsenale e che, nei fatti, non rinunciano mai al ricorso alla guerra come strumento politico. La sproporzione dei mezzi e il ripiegamento normativo potrebbero far pensare che il diritto internazionale sia un fragile castello di carte destinato a crollare al primo soffio di vento.
Eppure, non è così. Come ricorda l’editoriale di Sandro Calvani e Giuseppe Notaristefano comparso su Avvenire domenica 28 settembre 2025, il diritto internazionale non cade da solo. Cade quando all’azione aggressiva di pochi si sommano l’indifferenza, la miopia e l’egoismo di molti altri governi. Cade soprattutto quando i popoli tacciono, quando le opinioni pubbliche si rassegnano e non chiedono conto ai propri rappresentanti delle scelte che compromettono la pace. Se davvero meno di dieci governi si assumono la responsabilità di aprire la strada alla rilegittimazione della guerra, gli altri centottantatré possono e devono costituire un fronte diverso.
L’ Assemblea Generale delle Nazioni Unite non ha il potere vincolante del Consiglio di Sicurezza, ma ha la forza della legittimità morale. È lì che i paesi medi e piccoli possono far massa critica, isolare i pochi militaristi e rendere visibile al mondo che la maggioranza degli Stati non accetta il ritorno al braccio di ferro come unica legge. È già accaduto con l’apartheid in Sudafrica: quando la pressione internazionale è diventata insostenibile, anche le potenze riluttanti hanno dovuto piegarsi
Parallelamente, la via dei trattati rimane decisiva. È vero che gli Stati più potenti si sottraggono agli accordi sulle mine e sulle bombe a grappolo, ma l’adesione di oltre 160 paesi all’Ottawa e di oltre 110 all’Oslo dimostra che una norma di civiltà può radicarsi anche senza l’approvazione dei più forti. Più cresce il numero degli Stati aderenti, più aumenta lo stigma nei confronti di chi resta fuori. È una forma di pressione morale che non va sottovalutata. Accanto ai governi, c’è la società civile globale. I paesi del Sud del mondo, che sono spesso i più colpiti da guerre imposte da altri, hanno tutto l’interesse ad allearsi con i movimenti pacifisti ed ecologisti. Ne può nascere un’inedita convergenza fra Stati e cittadini che non intendono piegarsi alla logica dei blocchi armati. Alexander Langer chiamava questa prospettiva “la convenienza collettiva”: conviene a tutti, sul lungo periodo, investire in giustizia e in ecologia, non in arsenali bellici.
La sfida è anche economica. Se la sicurezza globale viene definita a colpi di miliardi di dollari in spese militari, i paesi pacifisti possono e devono costruire una narrazione alternativa: mostrare che le vere basi della sicurezza sono la riduzione delle disuguaglianze, la protezione della natura, il rispetto dei diritti umani. Ogni dollaro tolto agli armamenti e investito in mediazione dei conflitti, educazione, sanità e transizione ecologica non è solo un gesto morale, ma un calcolo razionale. Tutto questo, però, non reggerà senza la voce dei popoli. La responsabilità più grande non è solo dei governi che si ritirano dai trattati o usano il veto in Consiglio di Sicurezza, ma di cittadini che accettano in silenzio. La pace non è mai una condizione naturale, è una costruzione che richiede partecipazione. Don Lorenzo Milani lo ricordava con parole che bruciano ancora: l’obbedienza non è più una virtù. La storia insegna che, quando i popoli rompono il silenzio, i governi devono ascoltare. Per questo, oggi, il compito dei 183 paesi che non appartengono al club dei militaristi e dei cittadini che non vogliono più subire è lo stesso: rendere visibile l’alternativa. Costruire alleanze in sede ONU, rafforzare i trattati anche senza le superpotenze, dare voce a chi subisce le guerre, spostare risorse verso la pace. È una strada difficile, certo. Ma è l’unica che impedisce al mondo di tornare al caos di un secolo fa, quando la prepotenza dei più forti era legge universale. Se l’orologio della storia rischia di essere riportato indietro, la responsabilità dei popoli è quella di fermare le lancette e rimetterle in marcia verso il futuro.
Pasquale e Carlo Palumbo