Il concetto di confine ha a che fare con fondamentali meccanismi percettivi della mente umana. Probabilmente il più importante di questi meccanismi attiene proprio alla formazione della idea di spazio. Per agire in modo appropriato ed efficace nel nostro ambiente abbiamo bisogno di contorni e margini. È un'esigenza talmente radicata e fondamentale da spingerci a vedere immagini e confini anche laddove non vi sono come nel caso del famoso triangolo di Kanizsa riprodotto in Fig. 1.

In questa figura si ha la percezione di un triangolo bianco che copre parzialmente tre gruppi di dischi neri che si completano a-modalmente : il triangolo, tuttavia, fisicamente non c'è e i dischi sono soltanto settori di cerchi.
Per dare un senso nostro allo spazio, occorre chiuderlo e separarlo da qualcosa che diventa altro; nel momento in cui ci troviamo a definire uno spazio, siamo quindi costretti a ritagliarlo dal tutto. Solo in questo modo possiamo classificarlo. Dobbiamo perciò tracciare una linea, reale o immaginaria, che lo delimiti: ecco il confine.
Nel delimitare lo spazio si esegue una operazione di separazione, si estrae, cioè, una parte dal tutto. In particolare, se più soggetti umani avvertono un legame di appartenenza alla parte separata dal tutto, si forma l’idea di “noi” come gruppo sociale, un’idea che è frutto di una narrazione.
L'identità si costruisce attraverso un processo di differenziazione: per sapere chi siamo, dobbiamo prima sapere chi non siamo. Questo "altro" (Alterità) è ciò che ci permette di definire noi stessi. L'Alterità non è solo qualcosa di esterno, ma è intrinseco al processo di costruzione dell'identità; l'identità non esisterebbe senza l'alterità, poiché l'una si definisce in opposizione all'altra. ll confine svolge una funzione fondamentale in questo processo, perché traccia una linea che separa il "noi" dal "loro". Questo confine non è necessariamente fisico; può essere culturale, sociale, linguistico, religioso o simbolico. Per esempio, nella storia, le società hanno spesso definito la loro identità collettiva attraverso confini culturali, creando narrazioni di appartenenza basate su lingua, tradizioni, religione o valori condivisi. Questo senso di appartenenza viene rafforzato proprio dalla percezione di un "altro" che è diverso e che si trova oltre quel confine.
L'identità è il tentativo di rispondere alla più antica e fondamentale delle domande: "Chi siamo?". Questo interrogativo ha attraversato la storia del pensiero trovando risposte diverse in epoche e contesti culturali differenti. Con la crisi della metafisica tradizionale ed il tramonto delle certezze assolute, è diventato molto difficile, per non dire impossibile, fornire una risposta univoca a questa domanda facendo riferimento a valori universali e stabili. Come si possono descrivere le esigenze rispetto a cui l'identità si configura come risposta? Sono esigenze umane radicate nella natura psicologica e sociale degli individui e delle collettività. Comprendere se l'identità sia una risposta autentica o illusoria è una questione complessa, che tocca vari ambiti del pensiero, dalla filosofia all'antropologia, dalla psicologia alla sociologia. L’antropologo Francesco Remotti, nel suo libro “Somiglianze. Una via per la convivenza” suggerisce la seguente risposta:
…proviamo a suggerire due tipi di esigenze che possono ispirare le richieste di identità: la stabilità e il riconoscimento. Per analizzare queste categorie occorre inoltre riferirsi ai soggetti che avvertono tali esigenze e che avanzano richieste identitarie. A loro volta i soggetti possono essere due tipi: soggetti individuali (“io”) e soggetti collettivi (“noi”). Le scienze umane e sociali concordano nel ritenere che non soltanto i “noi” ma anche gli “io” siano costruzioni sociali. Detto in altri termini non vi sono “io” naturali (come non vi sono “noi” naturali), entità presociali, dotati per natura di autonomia e stabilità. Anche i soggetti individuali si costruiscono via via mediante un lungo processo nel quale intervengono disposizioni fisiche e mentali esperienze di vita relazioni sociali.
Remotti nella sua analisi del concetto di identità e delle dinamiche sociali che ne derivano, introduce i termini di coerenza, molteplicità, misura, unità e stabilità in una prospettiva sincronica e diacronica. Egli fonda su queste basi terminologiche una vasta esplorazione del tema della convivenza tra culture e identità diverse, analizzando come le somiglianze e le differenze possano essere gestite per favorire una felice convivenza tra simili. In una prospettiva sincronica, che si concentra su un dato momento storico senza considerare i cambiamenti nel tempo, Remotti parla di una "giusta misura" di molteplicità e coerenza. Questa misura rappresenta l'equilibrio tra le diverse identità e culture presenti in un contesto sociale, cercando di evitare sia l'omogeneizzazione che la frammentazione estrema. La stabilità sincronica si ottiene quindi quando c'è un livello di unità che permette alle diverse componenti sociali di coesistere senza conflitti distruttivi, ma mantenendo allo stesso tempo la propria specificità e ricchezza culturale.
In una prospettiva diacronica, che considera, cioè, l'evoluzione e il cambiamento nel tempo, la "giusta misura" di molteplicità e coerenza si riferisce alla capacità di una società di mantenere la propria identità e stabilità anche attraverso i cambiamenti e le trasformazioni storiche. Remotti sottolinea che le culture non sono entità statiche, ma dinamiche, che si evolvono e si adattano nel tempo. La stabilità diacronica implica quindi una continuità nel cambiamento, dove l'unità di fondo permette di integrare nuove influenze e modifiche senza perdere la coerenza e l'identità essenziale della società. L’equilibrio, o "giusta misura", non è fisso ma deve essere continuamente negoziato e adattato alle circostanze storiche e sociali. La sua analisi offre una prospettiva su come le società possono gestire la diversità culturale in modo costruttivo, promuovendo l'inclusione e il dialogo piuttosto che il conflitto e l'esclusione. Nel libro si indagano l'importanza e le implicazioni del riconoscimento delle identità culturali. Per l’autore il riconoscimento è essenziale per la dignità e l'inclusione delle persone all'interno di una società. Tuttavia, l’aspirazione al riconoscimento può sfociare in un'eccessiva enfasi e dunque portare verso quella forma di patologia sociale che egli definisce “ossessione identitaria”. Da un lato, quindi, il riconoscimento è fondamentale per permettere agli individui e ai gruppi di sentirsi rispettati e valorizzati all'interno della società, da questo punto di vista, quindi, l’aspirazione al riconoscimento è una esigenza positiva poiché promuove l'inclusione, il rispetto reciproco e la possibilità di una convivenza armoniosa.
Tuttavia, ed è l’altro aspetto della questione, nell’aspirazione al riconoscimento si corre il rischio di fare della identità l'unico e principale criterio attraverso il quale gli individui e i gruppi si definiscono e si relazionano agli altri in una nociva logica binaria che, annullando la complessità del reale, semplifica oltremodo le relazioni intersoggettive. Questa “ossessione identitaria” conduce alla chiusura nei confronti degli altri, impedisce il dialogo e la comprensione reciproca; fa esplodere conflitti tra gruppi che si ritengono l’uno superiore all’altro e dunque costruiscono muri e respingono l’altro da sé in modo violento. L’autore conclude proponendo un approccio equilibrato e dinamico alle identità. Le identità devono essere riconosciute e rispettate, ma anche viste come fluide e in continua evoluzione. Le società devono promuovere il dialogo interculturale e l'interazione tra diverse identità, favorendo un ambiente in cui le persone possano crescere e cambiare. In altre parole, il riconoscimento delle identità è essenziale per una convivenza pacifica ma non si devono fare troppe concessioni a narrazioni e simboli identitari basati su credenze arcaiche e immutabili.
Nel mondo reale un esempio concreto di pacifica convivenza tra identità diverse che rivendicano in giusta misura il loro riconoscimento lo si può trovare, in Italia, nel territorio dell’Alto Adige – Sud Tirolo. Questa regione si può considerare a pieno titolo un modello di convivenza tra diverse identità culturali ed etniche. Il territorio, situato al confine tra Italia e Austria, ospita una popolazione composta da gruppi di lingua italiana, tedesca e ladina. La loro coesistenza pacifica può essere vista come una applicazione pratica delle idee di Francesco Remotti sulla "giusta misura" di molteplicità, coerenza e unità. La regione gode di uno statuto di autonomia speciale che riconosce ufficialmente le tre lingue (italiano, tedesco e ladino) e le diverse identità culturali.
Questo riconoscimento istituzionale permette a ciascun gruppo di preservare e valorizzare la propria cultura e lingua. Il sistema educativo della regione è strutturato in modo tale da garantire l'insegnamento nelle diverse lingue, permettendo agli studenti di crescere bilingui o trilingui. Questo non solo preserva le lingue minoritarie ma facilita anche la comunicazione e la comprensione reciproca tra i diversi gruppi. La composizione del governo regionale e dei consigli comunali riflette la pluralità linguistica della popolazione. Questo garantisce che tutti i gruppi etnici abbiano voce nelle decisioni politiche, promuovendo un senso di inclusione e partecipazione. La regione adotta politiche che favoriscono la coesione sociale e la collaborazione tra i diversi gruppi etnici. Ad esempio, ci sono iniziative culturali e sociali che promuovono l'interazione e il dialogo interculturale.
Questo esempio supporta le tesi di Francesco Remotti riguardo l'importanza di trovare una "giusta misura" di molteplicità e coerenza, dimostrando che è possibile mantenere un'identità stabile e unitaria rispettando e valorizzando le diversità culturali.
Pasquale Palumbo
Foto articolo di Mitchel Lensink su Unsplash