PICCOLO TESTAMENTO

PICCOLO TESTAMENTO

 

PICCOLO TESTAMENTO
(Francesco d’Assisi - Siena, aprile-maggio 1226)

«Scrivi che benedico tutti i miei frati che sono ora nell’Ordine e quelli che vi entreranno fino alla fine del mondo. Siccome non posso parlare a motivo della debolezza e per la sofferenza della malattia, brevemente manifesto ai miei frati la mia volontà in queste tre esortazioni. Cioè: in segno di ricordo della mia benedizione e del mio testamento, sempre si amino tra loro, sempre amino ed osservino la nostra signora la santa povertà, e sempre siano fedeli e sottomessi ai prelati e a tutti i chierici della santa madre Chiesa».

Il Piccolo Testamento di Francesco d’Assisi è stato scritto nel 1226, quando il santo è malato e quasi cieco. Poche righe, dettate ai frati: amatevi tra voi, custodite la povertà, restate fedeli alla Chiesa. Parole semplicissime, ma capaci di attraversare i secoli.
Nel marzo del 2025, dal letto del Policlinico Universitario Agostino Gemelli, anche Papa Francesco scrive una breve lettera al direttore del Corriere della Sera, Luciano Fontana.

Roma, Policlinico Gemelli, 14 marzo 2025

Caro Direttore,
desidero ringraziarla per le parole di vicinanza con cui ha inteso farsi presente in questo momento di malattia nel quale, come ho avuto modo di dire, la guerra appare ancora più assurda.
La fragilità umana, infatti, ha il potere di renderci più lucidi rispetto a ciò che dura e a ciò che passa, a ciò che fa vivere e a ciò che uccide. Forse per questo tendiamo così spesso a negare i limiti e a sfuggire le persone fragili e ferite: hanno il potere di mettere in discussione la direzione che abbiamo scelto, come singoli e come comunità.
Vorrei incoraggiare lei e tutti coloro che dedicano lavoro e intelligenza a informare, attraverso strumenti di comunicazione che ormai uniscono il nostro mondo in tempo reale: sentite tutta l’importanza delle parole. Non sono mai soltanto parole: sono fatti che costruiscono gli ambienti umani. Possono collegare o dividere, servire la verità o servirsene. Dobbiamo disarmare le parole, per disarmare le menti e disarmare la Terra. C’è un grande bisogno di riflessione, di pacatezza, di senso della complessità.
Mentre la guerra non fa che devastare le comunità e l’ambiente, senza offrire soluzioni ai conflitti, la diplomazia e le organizzazioni internazionali hanno bisogno di nuova linfa e credibilità. Le religioni, inoltre, possono attingere alle spiritualità dei popoli per riaccendere il desiderio della fratellanza e della giustizia, la speranza della pace. Tutto questo chiede impegno, lavoro, silenzio, parole. Sentiamoci uniti in questo sforzo, che la Grazia celeste non cesserà di ispirare e accompagnare.

Francesco
Egregio Signore Dott. Luciano FONTANA - Direttore del Corriere della Sera - ROMA

È un testo altrettanto essenziale. Dice che la fragilità rende più lucidi su ciò che fa vivere e ciò che uccide. E lascia una frase che colpisce: dobbiamo disarmare le parole, per disarmare le menti e disarmare la Terra.
In entrambi i casi la parola nasce nella debolezza del corpo. Ed è forse proprio questa fragilità a togliere il superfluo, lasciando solo l’essenziale. Non la potenza, ma la fraternità. Non il dominio, ma il limite. Non la propaganda, ma la responsabilità delle parole. Due testi lontani nel tempo, eppure sorprendentemente vicini.
Entrambi ricordano una verità semplice che la storia fatica ad accettare: la vera forza non nasce dalla potenza, ma dalla mitezza radicale.

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