Il mio incontro con Alexander Langer
Prologo
Ho incontrato Alexander Langer nel 2023, studiando le ragioni etniche del conflitto tra Russia e Ucraina. Ho scoperto così il “Tentativo di decalogo per una convivenza inter-etnica”. Fui molto impressionato dal punto 8* sul “tradimento” della compattezza etnica. È stato un vero colpo di fulmine che mi ha poi portato ad aprire il blog “Laboratorio dei costruttori di pace”.
Intervento
Il Laboratorio dei Costruttori di Pace nasce per opporsi all’idea, ampiamente diffusa e ostinatamente recidiva, che la guerra sia inevitabile. I costruttori di pace rifiutano questa convinzione e nel Laboratorio offrono a tutti uno spazio di confronto e di ricerca, per indagare insieme le radici dei conflitti e cercare le possibili vie della pace. Siamo persuasi che alla base delle guerre vi sia sempre lo stesso nucleo distruttivo: il desiderio di dominio, la volontà di potenza, la competizione senza limiti. Da almeno due secoli, il mito della crescita illimitata ha generato ricchezza, ma anche colonizzazioni, disuguaglianze, sfruttamento e degrado ambientale. La guerra tra gli uomini e la guerra degli uomini contro la Terra sono due facce della stessa medaglia. Alexander Langer lo aveva intuito con chiarezza, richiamando spesso il motto olimpico Citius, Altius, Fortius, più veloce, più alto, più forte. L’aver elevato questa regola a principio universale ha alimentato la crisi sociale ed ecologica che oggi minaccia il nostro futuro. Langer espresse questo pensiero con registri diversi:
- il letterario-metaforico, nella Lettera a San Cristoforo (1990);
- il formale-scientifico, nei Colloqui di Dobbiaco (La conversione ecologica potrà affermarsi soltanto se apparirà socialmente desiderabile, agosto 1994);
- il colloquiale-pedagogico, nel convegno della Pro Civitate Christiana di Assisi (Quattro consigli per un futuro amico, dicembre 1994).
Così scrive, ad esempio, nella Lettera a San Cristoforo:
“Il motto dei moderni giochi olimpici è diventato legge suprema ed universale di una civiltà in espansione illimitata: citius, altius, fortius. Più veloci, più alti, più forti si deve produrre, consumare, spostarsi, istruirsi... competere, insomma. La corsa al ‘più’ trionfa senza pudore, il modello della gara è diventato la matrice riconosciuta ed enfatizzata di uno stile di vita che sembra irreversibile ed incontenibile. Superare i limiti, allargare i confini, spingere in avanti la crescita ha caratterizzato in misura massiccia il tempo del progresso dominato da una legge dell’utilità definita ‘economia’ e da una legge della scienza definita ‘tecnologia’ – poco importa che tante volte di necro-economia e di necro-tecnologia si sia trattato.”
È dunque evidente la necessità di una conversione ecologica che non sia soltanto una transizione tecnica, ma soprattutto un cambiamento del nostro stile di vita: dalla competizione alla cooperazione, dall’accumulo alla sobrietà, dall’indifferenza alla cura. Nel suo intervento ai Colloqui di Dobbiaco, Langer riconosceva che la consapevolezza della crisi ambientale si era ormai diffusa in gran parte del mondo. Eppure, si chiedeva: perché l’allarme non ha prodotto la svolta?
Da allora sono passati più di trent’anni. La crisi climatica ha raggiunto soglie prossime all’incontrollabilità e, nonostante trattati, conferenze e accordi internazionali, quella svolta continua a non manifestarsi. Anzi, a guardare la lunga sequenza delle Conferenze delle Parti (le cosiddette COP), istituite nel 1995 dalle Nazioni Unite per contrastare il riscaldamento globale, si resta sconcertati dalla sproporzione tra le parole e i fatti. L’umanità, ammesso che sia ancora in tempo, non può più limitarsi alle dichiarazioni d’intenti: occorre un cambiamento di rotta radicale. Un cambiamento che prenda finalmente sul serio l’invito di Langer: rendere la conversione ecologica desiderabile, capace di affascinare, di proporre una nuova idea di benessere: più sobria, più giusta, più felice.
Nel discorso inaugurale della Scuola della Terra (febbraio 2020), Raniero La Valle si domandava: “Come si fa a salvare la Terra? Se si trattasse soltanto di proteggerla dai terremoti, dagli tsunami, dalle inondazioni o dai virus, forse la scienza, con la sua precisione, potrebbe darci delle risposte; forse la tecnologia potrebbe approntare rimedi. Ma il problema vero è un altro: dobbiamo salvare la Terra da noi stessi.”
La salvezza della Terra, ci insegna La Valle, passa per una trasformazione profonda del nostro modo di pensare, di educare e di desiderare. Non si tratta solo di cambiare strumenti, ma di cambiare sguardo: disimparare la logica del dominio e della sopraffazione che ha segnato la nostra civiltà. Come riuscirci? Ancora una volta ci viene incontro la concretezza di Alexander Langer. Al convegno della Pro Civitate Christiana del 1994, egli offrì alcune linee guida che restano attualissime citando Kant:
“Quando quasi duecento anni fa Kant si preoccupava di quale messaggio morale potesse valere per tutti, credenti o non credenti, trovò questa regola: comportati in modo tale che i criteri che ispirano la tua azione possano valere anche per chiunque altro. Se oggi guardiamo il mondo, popolato da più di cinque miliardi di persone, dovremmo per lo meno dire che i criteri che ispirano il nostro agire siano moltiplicabili per cinque miliardi: cercate di sporcare quanto cinque miliardi di persone potrebbero permettersi di sporcare; consumate energia quanto cinque miliardi di persone possono consumare; deforestate quanto cinque miliardi di persone possono permettersi di deforestare.”
Un ragionamento semplice e disarmante nella sua limpidezza. Oggi, come allora, siamo di fronte ad un bivio, siamo chiamati a scegliere tra la ragionevolezza della misura kantiana e l’accelerazione della competizione illimitata. Solo la prima scelta potrà aprire la via ad un futuro amico.
E allora, concludendo, mi permetto di rilanciare l’invito che Alexander Langer rivolse ai giovani riuniti ad Assisi: rallentiamo; riconciliamoci con la natura conducendo una vita semplice; scegliamo la cooperazione invece della competizione, la sobrietà invece dell’eccesso; costruiamo ponti di solidarietà tra le diverse culture. Langer, con la sua ammaliante semplicità, è il faro che ci illumina nel nostro cammino: “Più lentezza, più profondità, più dolcezza”. Forse è semplicemente questo il modo più umano e più concreto di salvare la Terra da noi stessi.
Pasquale Palumbo
Note
*8 Dell'importanza di mediatori, costruttori di ponti, saltatori di muri, esploratori di frontiera. Occorrono "traditori della compattezza etnica", ma non "transfughi" In ogni situazione di coesistenza inter-etnica si sconta, in principio, una mancanza di conoscenza reciproca, di rapporti, di familiarità. Estrema importanza positiva possono avere persone, gruppi, istituzioni che si collochino consapevolmente ai confini tra le comunità conviventi e coltivino in tutti i modi la conoscenza, il dialogo, la cooperazione. La promozione di eventi comuni ed occasioni di incontro ed azione comune non nasce dal nulla, ma chiede una tenace e delicata opera di sensibilizzazione, di mediazione e di familiarizzazione, che va sviluppata con cura e credibilità. Accanto all'identità ed ai confini più o meno netti delle diverse aggregazioni etniche è di fondamentale rilevanza che qualcuno, in simili società, si dedichi al l'esplorazione ed al superamento dei confini: attività che magari in situazioni di tensione e conflitto assomiglierà al contrabbando, ma è decisiva per ammorbidire le rigidità, relativizzare le frontiere, favorire l'inter-azione. Esplosioni di nazionalismo, sciovinismo, razzismo, fanatismo religioso, ecc. sono tra i fattori più dirompenti della convivenza civile che si conoscano (più delle tensioni sociali, ecologiche o economiche), ed implicano praticamente tutte le dimensioni della vita collettiva: la cultura, l'economia, la vita quotidiana, i pregiudizi, le abitudini, oltre che la politica o la religione. Occorre quindi una grande capacità di affrontare e dissolvere la conflittualità etnica. Ciò richiederà che in ogni comunità etnica si valorizzino le persone e le forze capaci di autocritica, verso la propria comunità: veri e propri "traditori della compattezza etnica", che però non si devono mai trasformare in transfughi, se vogliono mantenere le radici e restare credibili. Proprio in caso di conflitto è essenziale relativizzare e diminuire le spinte che portano le differenti comunità etniche a cercare appoggi esterni (potenze tutelari, interventi esterni, ecc.) e valorizzare gli elementi di comune legame al territorio