Da Bettazzi alle piazze per Gaza: il filo rosso del pacifismo italiano

Da Bettazzi alle piazze per Gaza: il filo rosso del pacifismo italiano

Da Bettazzi alle piazze per Gaza: il filo rosso del pacifismo italiano

Ci fu una stagione nella quale migliaia di cittadini decisero di esprimere la propria coscienza con un gesto concreto. Erano gli anni dell'obiezione di coscienza alle spese militari. Decine di migliaia di contribuenti – in alcuni momenti quasi centomila – si autoridussero le imposte, destinando quella quota a iniziative di pace anziché alla preparazione della guerra.

Non era un gesto contro lo Stato, ma un atto di fedeltà a un principio ritenuto superiore: quello sancito dall'articolo 11 della Costituzione, secondo cui l'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli.

Tra i protagonisti morali di quella stagione vi fu mons. Luigi Bettazzi, vescovo del Concilio Vaticano II e presidente di Pax Christi, che seppe dare credibilità ecclesiale e civile a un movimento capace di unire credenti e non credenti nel nome della pace.

Molti pensano che quella stagione appartenga ormai al passato. Non è così.

È vero: oggi non esiste più un movimento di obiezione fiscale delle stesse dimensioni. Ma lo spirito che lo animava non è scomparso. Ha semplicemente assunto forme nuove.

Lo abbiamo visto nelle immense manifestazioni organizzate in questi mesi per chiedere il cessate il fuoco a Gaza, per denunciare la morte di decine di migliaia di civili e di moltissimi bambini, per reclamare il rispetto del diritto internazionale e della dignità di ogni persona umana.

Dietro quelle piazze non c'è una sola organizzazione, né un unico leader carismatico. C'è una costellazione di associazioni, movimenti, sindacati, organizzazioni umanitarie, gruppi ecclesiali, realtà del volontariato e della società civile che hanno saputo mobilitare centinaia di migliaia di persone.

È un pacifismo diverso da quello degli anni Settanta e Ottanta, ma non meno vivo. Forse è persino più diffuso, perché nasce dal basso e si alimenta attraverso reti di cittadinanza attiva piuttosto che attraverso grandi personalità.

Colpisce soprattutto la presenza dei giovani. In un tempo spesso descritto come dominato dall'indifferenza, migliaia di ragazze e ragazzi continuano a riempire le piazze per dire che la vita umana vale più delle ragioni della guerra, che nessuna sicurezza può essere costruita sul massacro degli innocenti e che la pace resta il più grande progetto politico e morale del nostro tempo.

Se mons. Bettazzi fosse ancora tra noi, probabilmente riconoscerebbe in quei volti lo stesso desiderio di giustizia che animava gli obiettori fiscali di quarant'anni fa. Cambiano gli strumenti, cambiano i linguaggi, cambiano le generazioni. Ma resta identica la convinzione che la coscienza possa e debba interrogare la politica quando questa smarrisce il primato della persona umana.

Il vero lascito di Bettazzi non è soltanto il ricordo di una straordinaria stagione di impegno civile. È la certezza che il pacifismo non è mai un fenomeno del passato. Ogni volta che uomini e donne rifiutano di considerare la guerra come un destino inevitabile, quella testimonianza continua a vivere.

Il testimone, dunque, non è caduto. È passato di mano. Oggi è nelle piazze, nelle associazioni, nei movimenti, nelle comunità religiose, nelle organizzazioni umanitarie e soprattutto nei giovani che continuano a credere che la pace non sia un'utopia, ma la più concreta delle responsabilità civili.

 

Carlo Palumbo 

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